"Tutto è fatto per il futuro, andate avanti con coraggio".

Pietro Barilla

Bon Ton. E’ ‘cafonal’ non rispondere al telefono

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bon ton‘Why I silence your call, even when I’m free’, passando per il New York Times, ci si ritrova a leggere articoli dal titolo come questo, dove la statunitense Kris Widger descrive un atteggiamento che è entrato a fare da modello per la vita quotidiana di molti.

“Mia cugina Stacey è a San Francisco e di recente mi ha telefonato. Non parlavamo da quando mi aveva fatto visita il mese precedente ed io ho rifiutato la chiamata. Ero seduta nel mio ufficio, leggendo un paio di e-mail ed aggiornando il mio profilo Twitter. Di certo non troppo occupata per una chiacchierata. Eppure ho visto la chiamata e subito le ho mandato un messaggio, dicendole che ero troppo impegnata per parlare e pianificando una telefonata per il giorno successivo. Perché mentire? Avevo il tempo di parlare, tempo che in genere ho raramente con la casa sempre piena di bambini. Alcune delle mie conversazioni migliori le ho avute con Stacey, ma il mio primo riflesso è stato quello di evitare la sua chiamata”, così dice la scrittrice in un articolo del 2013.

Abbiamo Facebook, Twitter, Instangram e Whatsapp. Un paio di mail a testa, l’account su Skype. La tecnologia ci rende perennemente reperibili, ma l’abitudine di rinunciare a una conversazione sta quasi diventando un riflesso incondizionato. La persona dall’altra parte del telefono non sta invadendo un momento né di privacy, né di tranquillità, ma la tentazione di attaccare la chiamata è presente e spesso diventa una realtà divisa solo dalla scelta di mettere il silenzioso (pratica per i più educati) oppure interrompere direttamente la telefonata premendo il così detto tasto rosso. C’è chi dice che sia per una questione di tempo, di velocità. Sembra che la comunicazione debba essere sempre più rapida, meno invadente possibile. All’inizio ci si limitava a fare una cernita delle telefonate, escludendo pubblicità e numeri anonimi, ora si fa a gara a chi riesce a interrompere la comunicazione per primo. La questione del tempo può sembrare in linea con il caos in cui ci ritroviamo, ma non è credibile se si sceglie una conversazione via web che può durare giorni, piuttosto che parlare per due minuti.

L’educazione cambia, senza parlare di evoluzione, ma casomai del contrario, e ci si sente quasi superiori, non bon toncredendo di dover impiegare il tempo nell’ascolto dell’altra persona. Incoscienti del fatto che la verità sta nella presenza di un problema relazionale. La verità è che lo schermo controlla la nostra emotività ed è come se la tenesse al sicuro, lontana da occhi indiscreti, protetta nella sua fragilità. Ci aiuta a non metterci in gioco e a poter avere sempre quell’asso nella manica del “non hai capito il mio tono”. Seguendo un nesso logico, la comunicazione online si può dire essere sempre più selettiva, per quanto la parola ‘online’ evochi pensieri opposti. Oltre a ridurre i contatti, tramite chat private e social network, si sceglie una cerchia di persone esclusive con le quali avere uno scambio, limitato perché virtuale e privato della relazione tra due persone che parlano.

Il risultato è un senso di sfiducia e demoralizzazione per tutte quelle persone che, invece, hanno la necessità di una comunicazione meno virtuale, fatta di parole che si possono realmente udire. In una società che punta alla comunicazione web, non ci si ferma abbastanza a riflettere su chi, ormai quasi controcorrente, cerca la telefonata e regolarmente viene respinto. Perché di questo si tratta, di un rifiuto che non viene preso in considerazione da chi evita la conversazione e che provoca una ‘sindrome da frustrazione’ dovuta al continuo sentirsi negati, alla mancata partecipazione dell’altro a quello che sarebbe dovuto essere un momento di condivisione, trasformato in un senso di incomprensione.

bon tonCome se le emozioni andassero sempre limitate e non a caso viviamo un periodo in cui persino i cartoni animati cercano di far passare il messaggio contrario. Dove una pellicola per bambini come ‘Inside Out’, film ambientato nel cervello di una bambina dove le emozioni gestiscono i suoi stati d’animo e ricordi, creando un’esperienza ricca ed allo stesso tempo complessa sul piano emotivo; ha sconvolto anche gli adulti messi di fronte alla gamma infinita di emozioni che si possono provare o non provare, alla diversità e sensibilità dell’altro.

 

 

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