La miglior cosa del futuro è che arriva un giorno alla volta.

Abraham Lincoln

Caro Saviano non sono d’accordo, ieri una parte dello Stato ha perso

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Caro Roberto,

ascoltando la sentenza di ieri e le parole che hai espresso ai colleghi subito dopo la pronuncia, risulta evidente – a chiunque conosca la realtà della criminalità organizzata – che la partita sia ancora tutta da giocare. Hai chiamato i casalesi “guappi di cartone”, un’affermazione che credo di conoscere bene avendola sentita decine di volte nel film il Camorrista, basato sulla storia scritta da mio padre Joe. Hai detto che sei convinto che tenendo oggi la Camorra un basso profilo – lì dove per basso profilo s’intende meno uccisioni o azioni di fuoco eclatanti – ti sembra che la politica non veda come priorità combattere la criminalità organizzata al Sud. Sarà stata una mia impressione, ma mi è sembrato di vederti titubante, sfiancato, quasi spaesato dalla decisione dei giudici per questa “vittoria a metà” che sicuramente ti aspettavi diversa nell’accusa che sarebbe stata confermata nei confronti dei vertici dei Casalesi. Anche per questo ti scrivo: perché credo che nell’essere simboli si viva una vita faticosa e lontana dalla realtà, costruita – per evidente necessità di resistenza e di sopravvivenza – sulla concezione che la giustizia sia giusta e che trionfi sempre. Ma nostro malgrado non è così. Spesso la giustizia provoca ingiustizie quotidianamente. Tu, come molti altri di noi, ti aspettavi di vedere e sentire forti parole di condanna verso chi minaccia incautamente, e convinto della sua superiorità, chiunque di noi scriva, racconti, ricostruisca le loro malefatte. Fatte da boss e non da avvocati “portavoce”. Per questo credo si possa tranquillamente affermare che anche questo non è stato. Probabilmente la logica della giurisprudenza trova giustizia in questa decisione, ma non si può dire altrettanto della logica di un figlio che ha visto il padre spendere la propria vita contro la Mafia, di un giornalista che ha visto la sua vita radicalmente cambiata per averla scritta o di chi, quotidianamente la subisce tra i vicoli o i palazzi del meridione d’Italia.

imagesViceversa non possiamo certo dire che abbiano vinto loro, ma che sia stato un pareggio questo sì. Sentire “assolti per non aver commesso il fatto” ci fa balzare indietro nel tempo, quando della parola mafia non si sapeva ufficialmente nulla e anche solo pronunciarla provocava un brivido dentro a chiunque avesse il coraggio di farlo. E non credo, come invece hai detto tu, che la sentenza dimostri come i due ex capi non siano “imbattibili e invincibili”. No, non è stata la sentenza a dimostrarlo, piuttosto è stato lo Stato, arrestandoli. Piuttosto dalla decisione di ieri abbiamo capito che gli artifizi giurisprudenziali, le tecniche di difesa e le scelte umane possono contribuire alla formazione di sentenze che magari ai comuni mortali risultano inspiegabili. Così come mi sento di essere perplesso quando dici che “dare la scorta a chi scrive, significa permettere di scrivere e garantire un diritto costituzionale”. Sì, allo stato dei fatti è vero, ma avere bisogno della scorta è una delle più grandi dimostrazioni che il nostro non è ancora un paese civile e che quel diritto costituzionale che dà a noi tutti – giornalisti e non – il diritto di manifestare liberamente il nostro pensiero in Italia è ancora calpestato, altrimenti della scorta non ci sarebbe bisogno. Così come calpestato lo era quando mio padre, per i servizi che mandava in onda o le parole che non ometteva dai suoi articoli, si ritrovava pallottole, macchine bruciate e minacce continue, ma ciononostante andava avanti senza scorta, se non quella forse del Signore, che volle proteggerlo fino alla fine, poco prima che la Mafia lo uccidesse, come stessi i pentiti hanno dichiarato nei processi.

Ma io oggi voglio parlare di Futuro, perché in quello sì credo, proprio come il nome della nostra testata. Perché una sentenza, un arresto, un pentito, un’indagine o un reportage segnano sì la linea su cui continuare ognuno la propria azione, umana e professionale, ma non basteranno insieme se a cambiare non sarà anche la mentalità, almeno delle nuove generazioni, di quelle che ancora non sono state avvicinate da quello che un grande uomo definiva “il puzzo del compromesso morale”. Servono sì dei segnali da dare loro, ma prima di tutto servono degli esempi da seguire e della certezza evidente che in Italia non ci sia più bisogno di eroi. Perché lì dove ve ne fosse starebbe a significare che ancora le cose non andranno per il verso giusto, che il crimine in certi contesti avvicinerà i giovani più di quanto non lo faccia lo Stato e che le battaglie saranno fini a se stesse, addirittura inutili da combattere, se un ragazzo prima ancora che dalla Camorra, dalla Mafia, dalla Sacra Corona Unita e dalla ‘Ndrangheta non si sentirà avvicinato dal suo Paese, che gli offra delle reali possibilità, che non lo spinga a compromettersi con i soldi facili della strada, e che non debba dargli in televisione i suoi riferimenti milionari o nella politica dei furbi. Insomma, il mio sogno per il Futuro, e credo sarebbe stato anche quello di mio padre, è che stragi, liquami tossici, contrabbando e spaccio saranno rifiutati per primi dai giovani stessi, perché capiranno che un’altra vita è possibile, vedendo in tutto questo non la realtà del quotidiano, ma una straordinarietà da allontanare.

Il mio sogno, e spero non rimanga tale per i nostri figli, è che la parola Mafia non si pronunci più non per paura, ma perché letta nei libri di storia del nostro Paese la si ricordi per un fenomeno di cui nessuno possa più servirsi.

Augurandoti quella “nuova vita” che tu stesso vorresti,

ti saluto.

Giampiero Marrazzo

L'Autore

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