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Gianni Rodari

“Deposito bagagli” di Luigi Fenizi, 70 anni di storia italiana

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Un  nuovo viaggio “Al termine della notte”  ( uno degli scrittori preferiti dall’ Autore di questo libro è appunto Celine): e, al tempo stesso, un viaggio di maturazione personale, spirituale, quasi esoterica.   Così definiremmo questo “Deposito bagagli”  di Luigi Fenizi, funzionario del Senato, consigliere parlamentare, e saggista già collaboratore di storiche testate di area riformista. Che non è solo un’ autobiografia, nettamente divisa in un “prima” e in un “dopo” (evento spartiacque, la grave malattia che nel 1991 ha colpito l’ Autore, limitando fortemente le sue capacità deambulatorie e le sue facoltà di relazione con gli altri). Ma è anche una riflessione complessiva appunto sui grandi temi dell’ esistenza: il rapporto vita-morte, la ricerca di Dio, fatta in chiave razionale e, al tempo stesso, cristiana libertaria (essenziale per resistere appunto alla malattia), il lascito spirituale che trasmettiamo ai nostri cari e, piu’ in generale, al mondo. Riflessione in chiave sempre profonda e, al tempo stesso, leggera e autoironica (determinante per riprendersi, e tornare al lavoro e alla scrittura, è stato, sottolinea sin dall’inizio l’ Autore, il sostegno della moglie, della famiglia tutta e degli amici piu’ cari).

Al tempo stesso scorrono, sullo sfondo, settant’anni di storia italiana: da quell’ aprile del ’44 che, poco dopo l’eccidio delle Fosse Ardeatine, vede i genitori dell’ Autore fuggire da Roma occupata nelle natie Marche ( dove Luigi nascerà di lì a poco, a Falerone, provincia di Ascoli Piceno), sino ad oggi. Settant’anni che Fenizi rivede con la lente della nostalgia, ma anche con preciso senso critico (emblematico, il suo giudizio di riformista sul ” ’68 e dintorni”: indubbia esplosione  libertaria, nella logica della storia,  ma anche  pericolosa incubazione di massimalismo, rivoluzionarismo fine a se stesso, sino al terrorismo sanguinario). E proprio della piu’ illustre vittima degli “Anni di piombo”, Aldo Moro, Fenizi sarà studente alla “Sapienza”, facoltà di Scienze Politiche. Mentre nei primi anni ’70, da giovane funzionario presso la Commissione Bilancio del Senato, ha modo d’ avvicinare figure come Antonio Giolitti, Ugo La Malfa e l’anziano Ferruccio Parri,  il leggendario Maurizio della Resistenza. Ma tra i suoi incontri, ecco anche Herbert Marcuse (che nel luglio del ’68 parla in un teatro dell’ Eliseo gremito sino al’inverosimile), Sartre e Simone de Beauvoir (intravisti, ormai pseudorivoluzionarie ombre di se stessi , una settembrina serata del ’76 a Piazza Navona). Giulio Seniga, negli anni ’50 fuggiasco cassiere del PCI (con soldi e documenti del partito), già uomo di Pietro Secchia (il leader che alla linea ufficialmente legalitaria di Togliatti contrappose a lungo, nel dopoguerra, ambigui sogni d’ insurrezione armata, sul modello dei comunisti greci), e  poi molto vicino a Ignazio Silone. Ad altre grandi figure – nel bene e nel male – del Novecento, da Mandela a Stalin, da Camus a Rudolf Hoss, comandante di Auschwitz, Fenizi ha dedicato poi importanti saggi critici.
Tra le cose piu’ interessanti di questa lunga cavalcata, il frequente riferimento non solo a politica e cultura “ufficiali”: ma anche a fenomeni a torto considerati “minori”, come la musica pop,  rock  e dei cantautori, da De Andrè a Guccini, da Battisti a Ivan della Mea e Francesco Baccini.

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