Il guaio del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta.

Paul Valéry

“IL DIALOGO DEL FUTURO”, LA RAGIONE E’ LA BASE DEL DIALOGO

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La strage all’interno della redazione dello Charlie Hebdo, le morti degli agenti di polizia in strada e quelle all’hypercacher di Pont des Vincennes non hanno nulla a che fare con la religione, né con lo scontro fra credi. Sono piuttosto frutto di una strategia del terrore perpetrata da una minoranza che vuole distruggere altre identità. Da una redazione a un’altra redazione, giovedì 15 Gennaio, nelle sale in cui si “fabbrica” quotidianamente Futuro Quotidiano, si è tenuto il “ Dialogo del Futuro ”, incontro in cui si è discusso delle motivazioni alla base dei fatti dello scorso 8 e 9 gennaio a Parigi e di quali possono essere le basi su cui costruire un dialogo costruttivo che possa scaturire nella pace. Il panel è composto da giornalisti e da esponenti delle comunità religiose come il corrispondente di Liberation, Eric Jozsef, dal Presidente della Comunità Ebraica, Riccardo Pacifici, da Samir Al Qaryouti di France 24, Lisa Palmieri Billig del Vatican Insider, dall’inviato della radio nazionale israeliana Yossi Bar, dal direttore de La Croce, Mario Adinolfi e da don Raffaele Pettenuzzo.

Identità e libertà

charlie hebdo dialogo del futuroIdentità e libertà sono state le parole chiave su cui si è incardinato il dialogo fra i relatori, ognuno con la propria esperienza e il proprio background personale: nessuno di loro avrebbe, però, comprato una copia dello Charlie Hebdo – forse solo Eric Jozsef il quale, interpellato sulla solidarietà espressa dal quotidiano per cui lavora nei confronti della rivista satirica, ha ricordato la stella comune sotto la quale sono nate entrambe le testate e le frequenti collaborazioni intercorse: uno dei quattro giornalisti gravemente feriti durante la strage dell’8 Gennaio é Philippe Lacon, un giornalista di Liberation -.

Dalle parole del Papa “Se mi insultano mia madre, do un pugno”, con le quali ha aperto il proprio quotidiano Mario Adinolfi, alle denunce che la comunità ebraica ha presentato in tribunale contro il “journal irresponsable” (così recitava la testatina) ricordate da Riccardo Pacifici, Charlie Hebdo non godeva di grandi simpatie proprio per la causticità e la volontaria blasfemia di alcune sue immagini: “Ma erano solo vignette che non hanno mai ucciso nessuno”, afferma Lisa Palmieri Billig, “Inoltre l’Università del Cairo, uno dei centri religiosi più importanti per l’Islam, casa del gruppo dei Fratelli Musulmani, ha chiesto ai fedeli di ignorarle, le vignette” incalza don Raffaele Pettenuzzo. E Samir Al Qaryouti insiste: “Nel Corano c’è scritto esplicitamente di non reagire alle provocazioni, inoltre non riesco a capire in cosa ci si possa sentire offesi: non esistono rappresentazioni né di Maometto né di Dio nel Corano, come ci si può innervosire per quella che non è la raffigurazione del Profeta”?

La fede islamica

Corano dialogo del futuroDa Al Qaeda all’IS a Boko Haram: “Mentre il Mondo era a Parigi, dall’altra parte del Mondo accadeva una strage di proporzioni colossali e venivano utilizzate pratiche terroristiche di cui nessuno poteva mai immaginare la crudeltà. – è Riccardo Pacifici a parlare – In Francia, fra l’altro, prima di Parigi c’è stata la strage di Tolosa di chiara matrice antisemita, poi l’attacco al museo ebraico di Bruxelles. La soluzione ce l’abbiamo in casa ma è un altro rovescio della medaglia, ovvero la destra antisemita della Le Pen e i partiti xenofobi europei”. “L’Islam prescrive un rapporto del tutto personale con Dio. L’Islam non ha chiese e non ha predicatori – dice Al Qaryouti, palestinese cananita – ma questo nessuno lo sa. C’è una totale disinformazione sulla vera natura della religione musulmana. Quello che ha fatto questa gente non è in alcun modo da collegare all’Islam, sono altri i mandanti di queste stragi. Dal punto di vista politico la Primavera Araba poteva essere una grandissima occasione di rinascita, ma poi i rivoluzionari sono stati lasciati da soli, alla mercé dei partiti religiosi che hanno avuto gioco facile a plasmare le menti della gente e a prendere il potere”. Mario Adinolfi prosegue sulla stessa riga di Al Qaryouti: “Quanto ne sappiamo davvero dell’Islam? Quanto raccontiamo di quello che c’è? Ci sarebbe bisogno di una rievoluzione religiosa, simile a quella avvenuta al cristianesimo durante l’illuminismo. Benedetto XVI a Ratisbona ha parlato proprio di un cristianesimo che si è fatto attraversare dall’illuminismo, senza però crollare. Perdendo sicuramente la letteralità fino ad allora data alla Bibbia, ma modernizzando l’evangelizzazione e rendendola meno anacronistica”.

“In effetti la gran parte di musulmani moderati avrebbe bisogno di un messaggio forte sul quale riuscire a rivalersi su questa minoranza rumorosa”. Secondo Lisa Palmieri Billig ci sarebbe bisogno di “una fatwa contro le intepretazioni faziose dell’islam. Mentre noi abbiamo la carta dei diritti dell’uomo, le costituzioni americane e francesi, lì si uccide per eresia”. Yossi Bar è sulla stessa lunghezza d’onda: “Il mondo musulmano è in guerra, c’è una minoranza che si è rafforzata, non c’è mai stata una violenza così grande come adesso data dal fondamentalismo religioso. La maggioranza del mondo musulmano non parla abbastanza, non sa come zittire questa minoranza. Penso che l’occidente abbia sottovalutato la minaccia nonostante i rapporti fra occidente e mondo musulmano laico, aperto, siano abbastanza forti per cooperare contro le minoranze che fanno stragi nel mondo”.

Dialogo del futuro, da dove cominciare

“Nessuno di noi ha la verità in tasca – esordisce don Raffaele Pettenuzzo – Siamo alla ricerca di verità e di un modo migliore per convivere insieme. Da che cosa partiamo per costruire questo dialogo? L’elemento comune è ragione. La ragione non è irrazionale e la violenza è fondamentalmente irrazionale. Ciò significa che una ragione secolarizzata deve fare apertura verso l’altro, non concepire le religioni come sottoculture ma come realtà esistenti che hanno dignità di interrelazione per costruire dialogo. La ragione è fondamentale per aprire un dialogo”.

Alessandro di Liegro

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