"Tutto è fatto per il futuro, andate avanti con coraggio".

Pietro Barilla

KENYA, VERSO L’ISLAM A RITMO DELLA VOCE DEL CORANO

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Il giorno che son atterrata a Mombasa non lo dimenticherò. Prendendo un’auto blindata per andare verso il sud, attraverso strade con i posti di blocco, gli uomini armati e la terra rossa, ho fatto il mio personalissimo incontro con l’Africa nera che sta cambiando. Con stupore ogni cinque o sei chilometri percorsi a passo umano l’occhio incontra una moschea già finita o ancora in costruzione, là dove prima c’erano immensi baobab. Mentre riflettevo su questa cosa che non mi aspettavo, la sera, a Watamu, nella casa di vetri di una amica, ho scoperto che cosa sono il buio e la paura.

kenya corano

Mombasa

Il buio lo senti arrivare, preceduto dalla voce roca del muezzin. Con mia sorpresa ho scoperto che il Kenya è un paese in cammino a ritmo della voce ruvida del Corano verso l’Islam. Non lo sospettavo. Nemmeno quando ho visto le moschee lungo la strada in terra rossa. Solo dopo, sentendo quella voce, che ti entra dentro, ho capito. Qui ci sono stati fino al 1949 gli inglesi e c’è sempre stata libertà di culto. Per lo più le persone sono cristiane, al massimo animiste oppure agnostiche. Le varie tribù credono in quello che ritengono più giusto, come i masai la cui religione arriva dalla terra e ha a che fare con la forza dell’uomo (ecco perché i masai sono i guerrieri più temuti, quelli che con le mani possono uccidere un serpente, un animale feroce e un altro uomo armato). Ma la voce del muezzin scandisce le ore del giorno e precede quelle della notte. Dopo il muezzin infatti è arrivato il buio. Il buio dell’Africa nera è un buio senza luce, illuminato solo dalle stelle più grandi che una persona possa immaginare, se è ricca di fantasia. Stelle che sembra ti cadano addosso, tanto sono enormi, vicine e girate in maniera strana. Il cielo in Kenya ha una direzione diversa dal cielo italiano ed europeo.

Scoprire la paura e quanto vale una vita

Ancora scossa e incredula dalla voce del muezzin nella notte priva di luce di Watamu, coi tizzoni del cielo che mi sembrava di poter toccare, ho scoperto che la paura ha il volto di 5 uomini neri, di cui 4 coi machete e uno col fucile a pompa. E, svelti, la mia mia amica, io e l’ascari, la persona, che in teoria avrebbe dovuto occuparsi della nostra incolumità, ci siamo chiusi nello stanzino della farina, al buio e abbiamo smesso di respirare. Il machete, se non lo avete mai visto è qualcosa che lascia senza fiato. Senti la lama addosso anche se non l’hai mia provata e sai che è una lama terribile. Ma anche il fucile a pompa fa paura, quando nella notte buia senti quello sparo isolato, ma troppo vicino al calore del tuo corpo, l’unica cosa che ancora percepisci sul pavimento freddo dello stanzino buio dentro il quale sei chiuso forse da due ore. Uno sparo, due spari, tre. Anche i cani gialli col muso allungato simili a quelli dei geroglifici degli egizi hanno smesso di latrare. Perfino loro, i cani della caccia al leone, hanno paura dei 4 uomini col machete e del quinto col fucile a pompa. Senti l’ascari piangere e pregare non si sa bene quale dio. Anche se non lo vedi, sai che sta tremando perché lui, a differenza di te, ha già visto uccidere per meno di cento euro. In Kenya è lo stipendio di tre mesi di lavoro in una casa occidentale, ma è comunque troppo poco per morire ammazzati. Questo è il prezzo di un uomo. Una donna, anche se occidentale, vale perfino di meno.

Quando torna il silenzio, dopo il terzo colpo di fucile, più lontano degli altri due, capiamo che il pericolo è passato e senza dirci niente ci alziamo in piedi per uscire dallo stanzino della farina. Mancano i soldi, i cellulari, ma non ci hanno ammazzato. Quello che non hanno rubato i ladri lo ruba la polizia turistica, che è ubriaca e corrotta.

Alle sei del mattino, dopo poche ore di sonno sudato e agitato la luce dell’Africa ti ferisce gli occhi e ti obbliga ad alzarti. Il villaggio dei pescatori ha una flotta di pochi legni davanti ad una lingua di oceano scintillante pieno di lunghi filamenti neri, che sono alghe a forma di corda. In paese, proprio dietro il bazar di Mama Lucy, dove tutte le cose hanno un prezzo per gli africani e uno, dieci, a volte venti volte più caro per gli uomini e le donne dalla pelle bianca, c’è uno squarcio in mezzo alle case, un rigagnolo di acqua nera, che devi seguire per entrare dentro e capire.

I segni che testimoniano come l’Islam è arrivato in Kenya

kenya scuola coranoDentro ci sono i piccoli negozi degli artigiani che per pochi spiccioli ti vendono di tutto, dal pollo fritto, alle ciabatte in cuoio e perline colorate, dalla testa di un elefante intagliato nel legno locale, alla marijuana. Nei negozi ci sono solo uomini, le donne si incontrano lungo il rigagnolo, coi cesti in testa, i parei colorati e i seni enormi, quasi del tutto scoperti. Pochi passi e le donne iniziano ad avere il velo nero non integrale sul pareo colorato. Segno che l’Islam è arrivato, con prepotenza moderata, ma è arrivato. Le donne accompagnano i bambini maschi alla madrasa, che è un edificio in mattoni rossi e recintato. Le bimbe vagano da sole lungo il rigagnolo. Il Kenya è un paese di post-colonizzazione inglese e a scuola (dove si insegna la common law), bambini e bambine devono andare indossando l’uniforme. Ma l’uniforme costa 10 euro a bambino. Normalmente le famiglie hanno dai 5 figli in su. Alla madrasa, la scuola coranica, si va senza uniforme, gratuitamente. Ma le bambine non sono accettate. Solo i maschi. Restano lì tutto il giorno però, studiano il Corano (che è in una lingua straniera, proprio come la common law) e ricevono perfino la merenda, abbonante. Deve essere di nuovo l’ora della preghiera, perché la voce del muezzin accompagna il mio cammino. Gli uomini attorno alla madrasa si stanno facendo crescere la barba e quando il muezzin inizia a parlare si inginocchiano per la strada, pregano rivolti tutti verso lo stesso punto. La Mecca in Kenya è nella direzione del negozio di cd piratati che si possono comprare con meno di un euro, ma a metà della seconda traccia si sente solo un indistinto gracchiare.

Sono passati diversi anni da quel mio primo viaggio in Kenya. Ne sono seguiti altri e ogni volta ho incontrato più donne col velo nero e più uomini con la barba. Il Kenya è un paese violento e bellissimo. Così non mi ha stupito, non più di tanto, scoprire che i terroristi islamici somali di Shabab hanno massacrato 28 passeggeri di un autobus. Ogni giorni in Kenya, ai confini, ma non solo, avvengono fatti di violenza. I turisti sono stati uccisi dopo una prova. Si salvava solo chi conosceva il Corano, chi lo sapeva leggere. Gli altri sono stati ammazzati.

Perché questa conversione?

kenya Bisognerebbe chiedersi cosa spinge una popolazione tutto sommato mite ad abbracciare l’Islam e ad accettare la violenza. In Kenya odiano profondamente le missioni cattoliche, perché spesso i missionari, soprattutto nel passato, abusavano dei bambini. Nelle campagne del Kenya i bambini non sono davvero orfani, andavano nelle missioni e oggi vanno alla madrasa, perché in famiglia sono in tanti e nelle missioni, prima, nella madrasa, ora, danno la merenda gratis. L’Islam punisce i pedofili con il taglio delle mani. Così si sacrificano le bambine, che a tre anni girano da sole, con gli occhi sorridenti e i panni sporchi per i villaggi, seguendo il rigagnolo nero in mezzo agli edifici, per non perdersi, ma almeno i maschi hanno la merenda e imparano a leggere, sia pure le sure del Corano. Il prezzo da pagare è la violenza, che oggi è anche violenza contro le donne, velo nero sopra ai parei colorati e la barba sui visi dei bambini istruiti alla madrassa senza uniforme, ormai diventati giovani uomini devoti all’Islam.

Letizia Magnani

L'Autore

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