La mutilazione per cui la vita perdette quello che non ebbe mai,
il futuro, rende la vita più semplice,
ma anche tanto priva di senso.

Italo Svevo

Marilina Colella: una donna, mille saperi, dai beni della Chiesa alla moda

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Marilina ColellaCosa c’è in comune fra l’amministrazione dei beni della Chiesa e il giornalismo su temi di costume e alta moda? In questa operazione matematicamente impossibile che, per arditezza, travalica il sistema di equazioni differenziali di Navier Stokes (e vedrete che, nella storia che vi racconteremo, la matematica ‘c’azzecca’) c’è un’unica soluzione possibile ed ha un nome ed un cognome: Marilina Colella. La sua vita è stata all’insegna delle sfide difficili. Provate pure voi a nascere a San Pietro Vernotico, in provincia di Brindisi (ma Lecce era il centro magnetizzante à la page più vicino, distante 25 km) a fine anni ’50, e donna in sovrappiù, nonché appassionata di problemi matematici. Bisogna avere carattere e una forza d’animo straordinari per infrangere un soffitto che, diciamo la verità, non era del materiale nobile del cristallo, bensì di piombo fuso, dunque neanche trasparente.

I tempi erano quelli che erano e oggi, le nuove generazioni neanche riescono ad immaginare la cappa che imprigionava la popolazione femminile, schiacciata in un format arcaico che santificava la donna chiusa nel gineceo: regina in casa, sconosciuta all’esterno, se non nelle funzioni religiose. Erano ancora i giorni in cui valeva la regola che la presenza femminile dovesse essere pubblica solo al momento della nascita, sulle partecipazioni di matrimonio e nei necrologi. Marilina ha precorso i tempi, pur se con molta classe e senza manifestazioni estremistiche esagitate; un’esteta aperta alle nuove esperienze culturali: lo studio delle lingue, ad esempio, ma anche la frequenza universitaria fuori sede. E col gusto per l’innovazione, metabolizzato dedicandosi allo studio in maniera totalizzante durante l’adolescenza.

“Ero l’unica figlia di colei che era ‘la maestra’ del paese – racconta – ovvero dell’insegnante che ha praticamente ‘cresciuto’ varie generazioni di sanpietrani. Un’istituzione per questo paese che contava all’epoca 13mila abitanti e che si era sempre contraddistinto soprattutto per il gran numero di Confraternite pio-locali e un imprinting profondamente rurale. Mia madre, donna all’avanguardia per i suoi tempi, era quella che oggi si chiamerebbe ‘animatrice culturale”; lo era d’istinto: aveva messo in piedi la scuola serale per gli adulti e il centro di lettura, si divideva fra le Dame di San Vincenzo, la Croce rossa e molte altre attività. Ed io l’aiutavo. Ho appreso così, senza neanche accorgermene, l’approccio all’organizzazione. Di cui ho fatto tesoro quando, dopo il Liceo scientifico frequentato a Lecce, pur se Brindisi era più vicina, fu il momento di scegliere l’Università. Ciò avvenne persino in anticipo rispetto ai tempi di routine: quando, al primo trimestre del quarto anno, conseguii voti altissimi, il Preside del Liceo ‘De Giorgi’ convocò mia madre per comunicarle che, grazie alla media d’eccellenza che avevo, potevo usufruire del privilegio, previsto dalla legge, di presentarmi alla maturità già quell’anno. Cosa che feci, superando di slancio l’esame di maturità. Fu il mio strumento di ‘contrattazione sindacale’ con mia madre.”

In che senso?

Le chiesi, in premio, due cose che mi stavano a cuore: fare un periodo in Gran Bretagna per affinare l’inglese; iscrivermi non alla facoltà di Matematica di Lecce, come lei avrebbe voluto, bensì ad Ingegneria, non in Puglia. Venimmo ad un compromesso: andai in Inghilterra, ma in un luogo dove non c’erano italiani (secondo l’intuizione di mia madre: trovare connazionali indebolisce la propensione all’apprendimento della lingua ed è assolutamente vero) ospite in una situazione molto ‘vigilata’; mi iscrissi alla Facoltà di Architettura, a Firenze, ospite del severissimo Collegio di Santa Maria degli Angeli, in via della Colonna. A me non pesava il rigore, visto che pensavo solo a studiare. Lasciai l’Università di Firenze due anni dopo, per trasferirmi a quella di Venezia, altrettanto prestigiosa.

Laurea a Venezia, dunque?

Sì, anche se con una tesi di laurea considerata un po’ eretica dai miei professori dello Iuav di Venezia, in Scienza delle Costruzioni, “Calcoli tecnici di una struttura a carattere polifunzionale”. Novedrate
Riguardava il progetto di una struttura assai complessa, dagli spazi dinamici, definiti da una base cilindrica che sosteneva due grandi pareti triangolari oblique, unite da piastre sottili. Presidente della Commissione di Laurea fu il professor Gino Valle, poi Compasso d’oro nel 1995. Subito dopo, inviai il mio curriculum ad una serie di aziende ed immediatamente fui chiamata all’Ibm. Non fui subito immessa nella trincea lavorativa, ma frequentai un corso di un anno a Novedrate, in provincia di Como, dove aveva sede la struttura formativa dell’Ibm. Era il 1982 e la tecnologia dei computer muoveva i primi passi. Divenni system engineer, occupandomi di software operativo. Un ruolo abbastanza inedito per una donna: ad esempio, accadde che in una media azienda del padovano, ci fosse bisogno di un aggiornamento del calcolatore che governava le attività dell’impresa. L’Ibm m’incaricò di occuparmene e, quando arrivai per l’intervento, suscitai grande sconcerto nel proprietario che telefonò ai miei capi per sincerarsi che avessero mandato proprio me. Appariva molto strano, ai tempi, che una donna fosse competente di computer. Da allora, sono stati compiuti passi da gigante, in Italia, sul tema delle pari opportunità. E la mia carriera, siamo sinceri, ne ha guadagnato.

L’Ibm ha funzionato come rompighiaccio in materia di pari opportunità?

Certamente. Dopo due anni da system engineer, mi presentarono una sfida: passare al settore commerciale. Come donna, però, il trasferimento non era immediato, cosa che sarebbe stata ‘naturale’ se il dipendente fosse stato uomo; nel mio caso ci sarebbero stati sei mesi di prova. Mi diedero degli obiettivi da raggiungere in quell’arco di tempo. Se li avessi colti, mi avrebbero stabilizzata in quel settore; in caso contrario, sarei ritornata al punto di partenza fra i system engineer. La sfida mi affascinò e mi venne in aiuto la capacità di stabilire rapporti empatici, componente innata della mia mediterraneità. In quei sei mesi surclassai gli obiettivi e, alla fine, mi nominarono responsabile commerciale.

Insomma, come Luciano de Crescenzo quando lavorava in Ibm?

Lui ci lavorò vent’anni; io quindici, prendendo, però, successivamente, anch’io un’altra strada, pur se più affine alla mia formazione tecnica. In quel periodo seguii clienti molto importanti, partendo dalle medie aziende, fino ad approdare a quelle più grandi operanti sul territorio; passai, poi, a seguire banche ed assicurazioni. Gli ultimi quattro anni li ho trascorsi distaccata presso il Gruppo Generali. Un nuovo lavoro mi fu offerto dal Nuovo Banco Ambrosiano Veneto, nato dalla fusione del Banco Ambrosiano Veneto con la Banca Cattolica del Veneto, presso la direzione del CED. Dopo un anno mi trasferii alla Direzione che si occupava della clientela costituita da Enti Religiosi. Si trattava di mettere in campo competenze e relazioni che avevo sviluppato nel corso degli anni, un patrimonio di conoscenze acquisite sin dalla giovinezza, frequentando, insieme a mia madre, gli ambienti ecclesiastici sia pugliesi sia vaticani.

Una specializzazione molto particolare.

Certo, perché gli Enti religiosi hanno delle caratteristiche e delle strutture precipue; l’amministrazione e la gestione dei loro beni viene regolamentata dal Codice del Diritto canonico, così come disposto dal suo Libro V, concernente la ‘Gestione dei beni temporali della Chiesa’. Successivamente, ho lavorato, sempre nello stesso settore, via via in tre diversi Istituti di Credito: Banca Intesa, l’Istituto San Paolo di Torino e, ora, in Unicredit.

Non sapevo che esistesse questo settore nelle banche.

Esiste, anche se spesso sono solo i grandi Istituti di credito ad avere tale segmento specifico. In realtà ho costruito da sola e negli anni una competenza e una professionalità molto mirata. Ho partecipato, come relatrice, a molti convegni in materia, sia in Italia che all’estero: ad esempio, presso le statunitensi John Cook School of Business di Saint Louis, in Missouri e l’University of Saint Thomas di Minneapolis in Minnesota; l’Universidad Iberoamericana di Puebla, in Messico e la spagnola IESE Business School di Barcellona. Ho anche conseguito un master biennale presso la Pontificia Università Lateranense a Roma in ‘Dottrina sociale della Chiesa’, con una tesi su: “La virtù della prudenza negli affari”, di cui fu relatore il compianto monsignor Bruno Lanza.
Gli altri ‘masteristi’ erano sia religiosi amministratori di beni ecclesiastici, sia laici, imprenditori e dirigenti di azienda che volevano scoprire il valore dell’etica negli affari. Ho, inoltre, frequentato un Master in Business Administration all’Università di Berkeley, in California. Questo bagaglio scientifico ha fatto sì che, nel 2013, la Pontificia Università Gregoriana, a Roma, mi chiamasse ad insegnare, presso la Facoltà di Diritto Canonico “Amministrazione dei Beni della Chiesa”, insegnamento che è stato molto apprezzato, sia per la parte scientifica sia per quella pratica.

Ma quanto è seriosa questa architetto prestata alla Ibm, alla Banca e al Diritto Canonico!

I miei hobby, forse, mi assolvono da questo ‘rimprovero’. Sono, infatti, iscritta all’albo dei giornalisti pubblicisti, conquistando il tesserino grazie al fatto che amo scrivere di moda e di costume. Il primo articolo che scrissi per i quotidiani del Gruppo Finegil risale al 1994 e riguardava la mise di Silvio Berlusconi durante il famoso discorso della ‘discesa in campo’. Questa mia ‘second life’ mi ha portata in giro per il mondo; ad esempio, sono stata fra le poche giornaliste italiane ad essere stata invitata dalla Armani in occasione della sua mostra al Museo Guggenheim di New York.
Mi troverete, ad esempio, sul ‘Chi è chi della moda e del costume’, giacché scrivo molto sia per i quotidiani della Finegil, sia per quelli pugliesi del Gruppo Caltagirone. Amo socializzare e, dunque, sono iscritta a molti club professionali, come l’Aidda, di cui sono la Segretaria della Delegazione del Lazio; l’Ucid (l’Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti d’Azienda) e la Pwa (Professional Women Association). Per il mio divertimento personale, sono iscritta alla Red Hat Society.

Questo club non l’Marilina Colellaavevo mai sentito nominare… Cos’è?

E’ un’Associazione fondata in California nel 1997 da Sue Ellen Cooper, per le donne che hanno superato i 50 anni. La sua mission è quella di dare una pennellata di colore, di allegria, di gioia e di fratellanza alla vita con un segno distintivo: un bel cappello rosso. Oggi l’Associazione conta più di 40.000 associate in oltre 30 Paesi. Amo molto la cucina indiana,  i suoi sapori, profumi e colori evocano in me suggestioni fantastiche di tradizioni antiche e affascinanti: quando ho voglia di allegria, una cena al ristorante indiano è per me una mano santa! Infine, ho l’hobby del giardinaggio: ho un piccolo terrazzo sui tetti di Roma che rappresenta la mia copertina di Linus, giacché è pieno di piante provenienti dal mio Salento, fra cui un fico d’India alto tre metri. Una sorta di luogo dei ricordi dove ritrovo l’impalpabile atmosfera della casa della mia memoria, colorata e profumata d’infanzia.

Annamaria Barbato Ricci

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