Il guaio del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta.

Paul Valéry

Nero Wolfe, mito inossidabile della detective story. Riescono tutti i romanzi

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Fer-de-Lance (“La traccia del serpente”) di Rex Stout uscì il 24 ottobre 1934. Così nacque Nero Wolfe, mito inossidabile della dective story. La Beat edizioni sta ripubblicando tutti i romanzi.

Nero Wolfe ha compiuto 80 anni. Il 24 ottobre 1934 usciva a New York da Farrar & Rinehart il primo romanzo della serie, Fer-de-Lance (“La traccia del serpente”). Nel novembre successivo apparve la versione condensata su The American Magazine. Perciò a Milano lo si è festeggiato con una serata dell’associazione Cucina Calibro 9, cui si unisce la Beat Edizioni che sta ripubblicando l’intero ciclo di Nero Wolfe. Alla Cucina dei Frigoriferi Milanesi, in via Piranesi 10, sono intervenuti Camilla Baresani, Hans Tuzzi e Piero Colaprico, moderati da Luca Crovi, grande esperto di gialli, mentre Gigio Alberti ha letto stralci dei casi risolti da massiccio investigatore.

rex stout

Rex Stout

Nero Wolfe viene celebrato anche negli Stati Uniti, dove da anni imperversa la Wolfe Pack Society, il cui nome è un gioco di parole sull’assonanza fra Wolfe e wolf, lupo, e quindi vorrebbe suonare come “la società del branco di lupi”. La serata del genetliaco si è tenuta nella Sky Room del Boucheron Hotel, al numero 40 di Locust Avenue, Long Beach, in California.

Come nasce il mito

Rex Stout, l’autore del ciclo di Nero Wolfe, era figlio di quaccheri dell’Indiana. Il padre, l’insegnante John Wallace, ne coltivava fin da bambino l’attitudine alla lettura. Di qui l’erudizione e la bibliofilia di Stout, contagiate a Nero Wolfe. Nella sua abitazione, con le orchidee all’ultimo piano ed il cuoco svizzero Fritz Brenner, si trova una biblioteca di dodicimila volumi. Per conoscerne la disposizione sugli scaffali ed apprendere i retroscena del personaggio e dell’autore bisogna leggere Nero Wolfe della 35ª strada ovest, di William S. Baring-Gould, lo studioso che compilò anche la biografia di Sherlock Homes.

nero wolfe libri

Nero Wolfe libri

Stout scelse il thriller per le potenzialità di questo genere narrativo. L’aveva già affermato Honoré de Balzac in Papà Goriot: «Dietro ogni grande fortuna c’è un delitto». Dunque, Stout esplora il meccanismo dell’omicidio e della sua risoluzione con l’andamento della commedia umana. Specialmente se la scena del crimine è in prevalenza New York, capitale di vizi e virtù planetari.

Di Nero Wolfe scrive Goffredo Fofi: «A suo modo, è più democratico di tanti altri investigatori di ieri e di oggi…» È l’introduzione a Fer-de-Lance, di Rex Stout (Beat, pp. 288, Euro 8,00), primo dei volumi che riproporranno cronologicamente le inchieste di Nero Wolfe, ritradotte con una maggiore attenzione agli originali e commentate da importanti scrittori italiani. Testimonial del secondo, Orchidee nere (Beat, pp. 176, Euro 9,00) è infatti Carlo Lucarelli. Accattivante idea editoriale, per rinsaldare il legame del personaggio con il Belpaese. D’altronde, data la sua taglia pantagruelica e l’amore per il buon cibo, sdegnoso verso hamburger e fast-food, Wolfe ha più del Mediterraneo che dell’Atlantico… Ah già, è nato in Montenegro, sulla riva opposta dell’Adriatico. Le sue vicissitudini personali, comunque, vanno oltre. Vissuto nello stato balcanico fino a sedici anni, per i tre successivi vagabonda attraverso l’Africa, l’Europa e l’Asia, decidendo di stabilirsi a New York.

Questa biografia ormai celeberrima, la riassume il diretto interessato fra le pagine di una delle sue storie più emblematiche, Il picnic del 4 luglio, dove suggerisce a tutti i sospettati di esporre i fatti salienti delle proprie vite e lui dà l’esempio. Premessa indispensabile per indurre i colpevoli a confessare, quando lui convoca la schiera dei sospettati nel suo studio dal sapore di un sacrario laico.

Del resto, non accettare l’invito di Wolfe alle riunioni conclusive di ogni indagine equivarrebbe ad un’ammissione anticipata di colpevolezza. Lui, come si sa, non esce mai di casa.

Tino Buazzelli

Tino Buazzelli nei panni di Nero Wolfe

Una sedentarietà che non deve trarre in inganno, perché attraversato dal dinamismo delle indagini, dei colpi di scena e degli smascheramenti finali. Insomma, come disse Hitchcock, puro dramma: la vita senza i momenti noiosi. Materiale perfetto per il cinema. Fu Edward Arnold ad incarnare per primo l’eroe sovrappeso di Rex Stout in Meet Nero Wolfe, del 1936, tratto da “La traccia del serpente”. L’autore avrebbe voluto Charles Laughton nella parte. Da allora in poi, la gallerie degli interpreti è infinita, e comprende Thayer David, William Conrad e Maury Chaykin. Come per Maigret, con Wolfe si cimentarono anche gli stranieri, fra i quali, primeggiano gli italiani…

Wolfe e l’Italia

«Lasciare le mie orchidee? Mai!» asseriva con cipiglio il Nero Wolfe di Tino Buazzelli, in risposta al gigionissimo Paolo Ferrari, che vestiva i panni di Archie Goodwin e gli aveva appena proposto di trasferirsi a Los Angeles, metropoli più prodiga di bellezze femminili. Dietro di loro, la regia innovativa di Giuliana Berlinguer, scomparsa di recente, che svecchiava le regole ingessate di quella televisione in bianco e nero. Dal 1969 al 1971, andarono in onda sceneggiati di culto, che aprivano squarci di contemporaneità. La sigla filmata, con il commento musicale free jazz di Nunzio Rotondo, coglieva la vera America, il profilo di New York, lo skyline dei grattacieli, le highways, angoli di degrado nel Bronx, emarginati intorno a bidoni dai quali si sprigionano poche fiamme per scaldarli, la società multietnica imperfetta. Giuliana Berlinguer seppe utilizzare i recitativi a vantaggio della suspense, e Ferrari disse di lei: «Ha fatto veramente un ottimo lavoro. Lavorare in quello studio non era facile. Bisognava stare tutti in quella stanza: attori, cast tecnico e cameramen. Così, nelle pareti erano stati fatti un sacco di buchi per nascondere le telecamere: Sembrava una groviera!»

Per l’adattamento diretto da Riccardo Donna due anni fa, Nero Wolfe traslocava nella Roma del 1958 dopo screzi con il Capo dell’FBI, come avviene in un romanzo di Stout. La figlia ha consentito sia questo secondo ciclo italiano sia la conseguente trasferta. D’altronde, Stout visse per qualche tempo a Roma, e conosceva l’italiano. Al posto di Tino Buazzelli, Francesco Pannofino, l’impagabile Renè di Boris.

Enzo Verrengia

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