La mutilazione per cui la vita perdette quello che non ebbe mai,
il futuro, rende la vita più semplice,
ma anche tanto priva di senso.

Italo Svevo

Sacco e Vanzetti, una condanna senza appello

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Vi rendo omaggio Nicola e Bart
Per sempre riposate qui nei nostri cuori
Il momento estremo e finale è vostro
Questo dolore è il vostro trionfo!
(La ballata di Sacco e Vanzetti – di Ennio Morricone e Joan Baez)

sacco e vanzettiIn occasione della Giornata Mondiale contro la Pena di Morte, quest’anno, l’Associazione Sacco & Vanzetti ha organizzato una conferenza dal titolo “Riflessione storica sull’azione del Comitato Internazionale per la riabilitazione di Sacco e Vanzetti”, ospitata presso l’Associazione della Stampa Estera in Italia. Un incontro che vuole fare chiarezza sugli atti e le procedure che hanno portato alla riabilitazione dei due innocenti nel 1977, rendendo così indubbia la crudeltà della pena di morte. Sono intervenuti come relatori: Maria Fernanda Sacco, nipote di Nicola Sacco e Presidente Onoraria dell’Associazione; Elena Santiemma, per Amnesty International; Giuliano Montaldo, sceneggiatore e regista del film girato per commemorare il fatto storico, che commosse il mondo; Osvaldo Bevilacqua, famoso conduttore ed a suo tempo promotore del Comitato; Franco Portone, altro protagonista del Comitato; Paolo Pirani, docente di Balistica Forense, che nelle sue lezioni cita spesso questo caso e che ha approfondito alcuni aspetti del processo; in qualità di moderatore Matteo Marolla, Presidente Associazione Sacco & Vanzetti.

Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti furono due anarchici italiani emigrati negli Stati Uniti all’inizio del ‘900, che furono giustiziati sulla sedia elettrica nel 1927, per un duplice omicidio a scopo di rapina, da loro mai commesso. Furono infatti accusati dell’omicidio di un contabile e di una guardia del calzaturificio “Slater and Morrill”. Sulla loro colpevolezza vi furono molti dubbi già all’epoca del processo, ed a nulla valse la piena confessione del detenuto portoghese Celestino Madeiros, che si autoaccusava del delitto e scagionava i due innocenti. Solo nel 1977, cinquant’anni dopo, ci fu la totale riabilitazione per le due vittime della giustizia americana, a seguito dell’interessamento dell’allora Presidente Jimmy Carter. Il governatore del Massachusetts in quell’occasione disse la frase solenne: “Io dichiaro che ogni stigma ed ogni onta vengano per sempre cancellati dai nomi di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti”. Nel 2007 è stata costituita l’Associazione politico-culturale a loro intitolata, con sede a Torremaggiore, paese d’origine di Nicola Sacco, che ha tra le sue finalità quella di tenere vivo il ricordo di questo clamoroso errore giudiziario, in onore delle due vittime innocenti.

Questa triste storia resta sulle coscienze del mondo intero, ed è diventata il simbolo della irrimediabilità della pena sacco e vanzettidi morte, in quanto trattasi di condanna che non consente appello. Dal 2003 ogni 10 ottobre si celebra la Giornata Mondiale contro la Pena di Morte. Anche Papa Francesco, nel suo recente viaggio negli Stati Uniti, lo scorso 24 settembre ha richiamato l’attenzione e richiesto a gran voce l’abolizione della pena di morte in tutto il mondo. Questa forma di condanna è praticata ancora in 36 paesi del mondo, oltre ad alcuni paesi facenti parte degli Stati Uniti d’America. Ma, grazie agli sforzi di Amnesty International e di altre organizzazioni internazionali e personalità di rilievo, 155 paesi hanno già abolito questa forma di giudizio irreversibile. In alcuni paesi vige ancora la pena di morte per reati di droga, non solo per i trafficanti ma anche per chi viene trovato con quantità di droga per uso personale. I principi di giustizia richiedono il diritto ad un processo equo e ad evitare le torture, mentre in alcuni paesi meno democratici spesso i prigionieri politici non hanno un processo equo, e le confessioni vengono estorte con mezzi di tortura (Cina, Iran, Iraq). Il regista Giuliano Montaldo nel 1971 dirige il film “Sacco e Vanzetti”, dopo essersi documentato a lungo sulla vicenda, allora poco conosciuta in Italia. Ha impiegato 3 anni per reperire i finanziamenti necessari ma alla fine ne è uscito un film con due protagonisti straordinari (Gian Maria Volonté e Riccardo Cucciolla), molto fedele alla verità.

C’è da dire che, mentre all’estero e soprattutto negli Stati Uniti, al momento della condanna a morte dei due innocenti, le popolazioni insorsero a loro difesa (l’Archivio di Stato di Washington documenta folle in fermento e manifestazioni in tutto il mondo per provare ad evitare la sedia elettrica ed arrivare ad un giudizio giusto), nel nostro paese all’epoca regnava il regime fascista, per cui nulla si seppe di questa storia. L’idea di un comitato internazionale per la riabilitazione ebbe tra i suoi promotori Osvaldo Bevilacqua, il giornalista e presentatore famoso in tutto il mondo per aver portato avanti lo stesso programma per quasi 40 anni: Sereno Variabile è, ancora oggi, uno dei programmi più visti sulla Rai, e riscuote immutato successo nel tempo. Quando fu pubblicizzata la volontà di costituire questo comitato internazionale per la riabilitazione di Sacco e Vanzetti, cominciarono ad arrivare richieste da tutto il mondo. Personalità come lo stesso Giuliano Montaldo, Francois Mitterand, Mario Soares, Umberto Terracini, Ruggero Orlando presero parte a questo comitato, e la presidenza fu affidata a Pietro Nenni.

Il comitato aveva sede a Parigi. Fu organizzata la serata di presentazione del comitato presso il Teatro Quirino di Roma, che registrò il tutto esaurito di presenze. Nel periodo immediatamente successivo, a Boston fu organizzata la marcia dei 500.000, che registrò adesioni da tutto il mondo. Subito dopo arrivò la riabilitazione per i due innocenti, ed il riconoscimento che si era trattato di un fatto politico e di razzismo. L’avvocato e criminalista Paolo Pirani, docente di balistica forense nonché esperto di diritto penale, ci porta a riflettere con un quesito: il processo è stato un processo? La condanna è sicuramente un errore giudiziario. Ma non c’è stato un processo vero e proprio, perché un processo è fatto di prove, di possibilità di difendersi e di giudici imparziali. Subito dopo l’assassinio inizia un’indagine sommaria e mal fatta. Si va subito a cercare nei circoli anarchici.

sacco e vanzettiDurante una retata vengono fermati anche Sacco e Vanzetti. Si può dire che la loro condanna a morte inizi proprio in questo momento. Tutti i testimoni dichiararono di non aver visto in faccia i rapinatori. L’unica cosa certa è che a sparare è stato un solo individuo, in quanto l’esame autoptico rilevò i proiettili compatibili con una sola pistola, una calibro 32. Nel momento in cui i due furono fermati cambiò totalmente la prova. Testimoni che non avevano riconosciuto Sacco e Vanzetti come i responsabili del duplice delitto, successivamente ritrattarono la loro versione. L’unica colpa di Sacco e Vanzetti fu quella di essere trovati con una pistola e dei volantini anarchici, l’unica loro colpa fu di aver mentito perché avevano dichiarato di non essere anarchici e di non possedere un’arma, ma solo per proteggersi. Mai pensavano di essere accusati del delitto, erano certi di poter dimostrare la propria innocenza. Ma furono costruite delle prove contro di loro, false prove, delle quali il giudice era a conoscenza, diventando quindi complice della frode processuale. La prostituta Andrew, che dapprima aveva accusato i due, successivamente ritrattò, dichiarando di aver subito pressioni dal procuratore distrettuale per farli accusare. Ad un certo punto compare addirittura un quarto proiettile, oltre ai 3 ritrovati, compatibile con l’omicidio, e fu trovato “incidentalmente” nella tasca della giacca di Sacco.

I due non poterono più dimostrare la loro innocenza, anche se al momento della rapina si trovavano altrove, con tanto di testimoni; questi testimoni deposero in lingua italiana per scagionarli, ma le traduzioni furono artificiosamente falsate in modo che si leggesse altro nelle dichiarazioni. Solo dopo cinquant’anni dalla loro uccisione si arrivò ad un riconoscimento morale di innocenza, anche se tecnicamente non si tratta di una riabilitazione vera e propria. Infatti, per ottenere la riabilitazione occorre una revisione del processo, e la revisione può essere richiesta solo dagli attori, che, ovviamente, in questo caso non sono più in grado di attivarsi in tale senso. Quindi, per l’ordinamento giuridico rimangono colpevoli, anche se la sentenza è di natura politica. Il proclama del governatore Dukakis per la loro riabilitazione suona come una riabilitazione, ma ha soltanto valore morale. In questo quadro che ci fa ben notare la pericolosità della pena di morte in un processo ingiusto, in quanto irreversibile, è nostro dovere ricordarci che questa forma di condanna non esiste solo nei paesi non democratici. Ne abbiamo un esempio vivo ed tuttora attivo nel nostro paese, dove, pochi sanno, esiste ancora la pena di morte nel diritto penale militare.

Mara Noveni

L'Autore

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