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“Tagli uguale tasse”. Regioni e sindacati contro Renzi

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Insostenibile. Un coro pressocché unanime si scaglia dai territori e dalle organizzazioni sindacali contro la legge di Stabilità approvata ieri dal Consiglio dei ministri e sostenuta da Matteo Renzi – a fronte dei 36 miliardi di euro di cui 18 secondo palazzo Chigi di spesa in meno – come “la più grande riduzione di tasse fatta da un governo repubblicano”. Non la pensano così le Regioni italiane – amministrate per lo più da governatori di centrosinistra – che sono scese in campo ingaggiando una polemica serrata con il governo. Il timore di molti, infatti, riguarda i tagli previsti dalla legge che, come ha ammesso il ministro dell’Economia Padoan, potrebbero determinare un aumento della pressione fiscale da parte delle Regioni.

L’allarme delle Regioni. Chiamparino: “Pronto a dimettermi”

La manovra così come si configura è insostenibile”, ha attaccato il presidente della Conferenza delle Regioni, Sergio Chiamparino. La decisione del governo “incrina il rapporto che dovrebbe essere di lealtà istituzionale e di pari dignità istituzionale tra enti dello Stato”. Durissimo l’aut-aut: “Per quel che mi riguarda, piuttosto che ritoccare l’Irap lascio l’incarico di presidente della Regione” ha spiegato Chiamparino, a proposito della possibilità di alzare le tasse per coprire il taglio di 4 miliardi previsto nella legge di Stabilità. Mentre sarcastico è il commento di Nicola Zingaretti, governatore del Lazio: “E’ molto semplice abbassare le tasse con i soldi degli altri. Questo è un punto che emerge in tutta la sua enormità”. La legge di stabilità approvata dal governo ieri sera è invece gradita agli industriali: “Va nella direzione della crescita. Ci sono provvedimenti che le imprese si aspettavano, quindi riteniamo sia una cosa molto positiva”, ha affermato il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, che in questo ha ricucito le “incomprensioni” della prima parte della legislatura con il premier.

La triplice ritrova l’unità: “Spot di Renzi costerà caro agli italiani”

La legge di Stabilità, poi, ha compiuto il miracolo: quello di ricomporre la frattura sindacale avvenuta sull’articolo 18. “La televendita del Presidente del Consiglio è l’ultima prova dell’incapacità di cambiare. Dal più giovane dei governi, la più vecchia delle politiche: chi non sa riorganizzare il welfare taglia i servizi pubblici”. Con queste parole Rossana Dettori, Giovanni Faverin, Giovanni Torluccio e Benedetto Attili – segretari generali di Fp-Cgil, Cisl-Fp, Uil-Fpl e Uil-Pa – hanno rigettato unitariamente il provvedimento del governo. “Questi ulteriori 15 miliardi di tagli lineari scellerati – hanno spiegato – di cui aspettiamo quantomeno i dettagli, mettono in ginocchio i servizi pubblici, unico argine a una crisi che sta impoverendo il Paese. E il risultato sarà un’altra ondata di tasse locali”. Si tratta insomma di “uno spot che costerà carissimo agli italiani, un’operazione che scarica i costi della crisi economica soprattutto sugli enti locali colpendo servizi ormai al collasso. Mentre con una mano si allenta il patto di stabilità per i comuni, con l’altra si fanno tagli ancor più pesanti.

Non solo. Per le sigle del pubblico impiego è una vergogna che non ci siano risorse per rinnovare il contratto dei lavoratori pubblici, ai quali si negherebbe persino l’indennità di vacanza contrattuale fino al 2018. Dobbiamo intuire che la contrattazione è bloccata fino a quella data mentre si mantengono scandalosamente in piedi i privilegi dei soliti noti, vedi magistrati, avvocati e procuratori dello Stato, per i quali i soldi si trovano sempre?”.

L’economista: “Per il momento sono solo slides”

A margine della presentazione della legge di Stabilità fatta da Renzi è arrivato anche il commento di Davide Giacalone, analista e saggista: “Tutti commentiamo la legge di stabilità, ma nessuno l’ha letta. Il testo non c’è. Non solo non ci sono le tabelle tecniche, non c’è proprio il testo. Solo slides. Capisco che lo spettacolo debba andare avanti, ma parliamo di cose indefinite”. Giacalone per spiegarsi fa tre esempi: “Tfr in busta paga. Alla fine dovrebbe trattarsi del maturato dall’inizio del 2015, cominciando a incassare dal giugno dello stesso anno. Per soli due anni. Poca roba. Non solo, ma la tassazione dovrebbe essere all’aliquota marginale che il lavoratore già paga. E il cielo non voglia che con quei soldi superi lo scaglione nel quale si trova, perché in quel caso pagherebbe più imposte di quel che incassa. Esattamente come qui avevamo previsto: se il Trattamento di fine rapporto non è un reddito differito, perché lo prendi subito, è un reddito. Con quel che fiscalmente consegue. Incassarlo, comunque, sarà una scelta del lavoratore, purché non sia un dipendente pubblico o un agricoltore. Risultato reale: aumentano le disparità e quei soldi li prenderanno in pochi. Quei pochi pagheranno un’imposta sul bisogno”.

Capitolo Irap. “Potrà essere detratto il costo del lavoro. È una delle cose per cui (quasi) tutti manifestano concordia. Però, scusate, mi pare rilevante sapere come funziona, perché l’Irap si paga a giugno, come anticipazione del 100% di quanto pagato l’anno precedente. A parte l’offesa al vocabolario, talché un’anticipazione coincide con la totalità, lo sgravio quando si vede, nel 2016? E se si detrae il costo del lavoro, non è più lineare dire che (come sarebbe ragionevole) l’imponibile è dato dall’utile, non dal fatturato?”.

Zero contributi per i nuovi assunti. “Ottimo, ripetono tutti. Certamente, ma visto che, nel triennio, l’operazione è finanziata con 1.9 miliardi, la domanda è: cosa succede quando tale fondo si esaurirà? Perché se si punta al successo è evidente che il costo reale sarà superiore. In quel caso: diminuiscono le aspettative dei lavoratori o cresce il costo fiscale? Non è che si voglia per forza fare i rompiscatole borbottanti, è che senza i dettagli quella roba resta non valutabile. Considerando che i mercati stanno nuovamente prendendo fuoco, visto che la speculazione sull’euro riprende a puntare sui tassi d’interesse dei debiti sovrani, non mi sembra affatto saggio aprire un ipotetico braccio di ferro fra istituzioni nazionali ed europee su questioni fumose o secondarie, laddove la partita decisiva si gioca sulla gestione (leggi federalizzazione) del debiti. In altre parole: prendere in giro può essere divertente, ma prendersi in giro può essere devastante”.

Danilo Patti

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