La mutilazione per cui la vita perdette quello che non ebbe mai,
il futuro, rende la vita più semplice,
ma anche tanto priva di senso.

Italo Svevo

Ue. Vive la France! Renzi, se non ora quando?

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Vive la France! Finalmente qualcuno in Europa ha avuto il coraggio di gettare il guanto a terra e di lanciare la sfida alla Germania, al suo letale rigorismo, ad Angela Merkel. Lo ha fatto Parigi, annunciando unilateralmente che non intende procedere a nuovi tagli per rimettere a posto i suoi conti come chiede la Ue e che rientrerà nei parametri stabiliti nel 2017. Forse.

Lo avesse fatto Mario Monti il Termidoro, ci saremmo sicuramente risparmiati questi anni letali di depressione economica. Così almeno sostengono moltissimi analisti. La macchina dei consumi si sarebbe rimessa in moto e ci sarebbe stata una ripresa, come è successo negli Stati Uniti. Ma nel 2011 erano inascoltate Cassandre anche i più autorevoli premi Nobel che sostenevano la necessità per l’Europa di cambiare le regole e il fronte dell’austerity era  compatto e unito, a destra e a sinistra.

Al pareggio di bilancio come panacea per uscire dalla crisi ci credevano tutti. Lo stesso governo Berlusconi prima del de profundis del 12 novembre presentò un ddl per inserirlo nella Costituzione, come puntualmente avvenne il 20 aprile del 2012. Austerity, lacrime e sangue erano le parole che riecheggiavano ovunque in quella torrida estate prima della caduta del tycoon di Arcore mentre le borse sembravano impazzite e lo spread Btp-Bund  conquistava ogni giorno nuovi record, imponendosi con violenza anche nel nostro lessico familiare: 301 punti l’11 luglio; 389 punti il 4 agosto; 552 punti il 9 novembre.

Un mantra o un tormentone, che ci portò Monti. E poi via via aprì misteriosamente le porte a Matteo Renzi, che, ricordiamoci bene, nessuno ha votato per Palazzo Chigi. Il rottamatore è un proclamista e da proclamista e da rottamatore ha più volte annunciato che le politiche europee vanno cambiate e ha invocato la flessibilità. Bene, bravo! Ma poi? Semplicemente ha fatto un passo indietro, lasciandosi man mano mettere in riga da chi in Europa detiene il vero potere economico e finanziario, e cioè i paesi del Nord schierati con la Germania.

Ora Renzi non ha più scuse. La spallata della Francia ai paletti europei, o meglio tedeschi, apre la via. Traccia un nuovo cammino. Non ha importanza quale sia la causa che abbia spinto il ministro delle Finanze di Parigi Michel Sapin ad annunciare: “non chiederemo ulteriori sforzi ai francesi” e a spiegare a chiare lettere che il “governo rifiuta l’austerità”. Sicuramente sulla decisione di non più allinearsi ha pesato l’esito del voto del 28 settembre per il rinnovo del Senato che ha registrato un’impennata senza precedenti dei partiti della destra populista. Comunque siano andate le cose e qualunque sia la motivazione, Renzi non perda questa occasione. Faccia la sua parte, anche quella di presidente di turno della Ue, una parte nella quale finora si è impegnato poco, anzi pochissimo. Si faccia valere, ci metta la faccia davvero e sostenga Parigi. Non solo per il futuro dell’Italia ma anche per quello dell’Europa tutta.

“Se i fatti non corrispondono alla teoria, cambia la teoria”: è il consiglio che arriva da Joseph E. Stiglitz, premio Nobel e professore alla Columbia University, che proprio ieri sul “Guardian” scriveva ancora una volta che “l’austerity è stata un disastro totale per l’eurozona”. Renzi gli dia retta, anche perché almeno un merito Stiglitz glielo ha riconosciuto, quello di aver avuto “il buon senso – come scrive sul giornale britannico- di non svendere i beni dello stato italiano”  per far fronte al momento, dimostrando così di saper guardare lontano. Se lo meriti davvero Renzi questo autorevole encomio. E si liberi di ogni complesso antico e recente nei confronti della Germania. Faccia qualcosa da rottamatore.

Velia Iacovino

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