Il guaio del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta.

Paul Valéry

E’ arrivata l’ora di celebrare Pasolini senza ipocrisia e moralità

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Martire di una terra che non ha mai fatto troppa fatica a seppellire i propri eroi, Pier Paolo Pasolini continua a essere intrappolato più nella rappresentazione estetica della sua morte che nella sua produzione artistica. E come ogni anno Ostia lo celebra in occasione dell’anniversario della sua morte. Una sorte continuamente beffarda quella di Pasolini, che a 39 anni da quel 2 novembre 1975 è ancora immobile nel fango e nella polvere dell’Idroscalo di Ostia. E guai a chi voglia invece millantare che ciò che resta del poeta della sua opera. Generalizzare non è sempre un male, e in questo caso non lo è perché il ricordo di Pasolini non è mai realmente stato assorbito dalla nostra cultura. A idolatrarlo è una nicchia. Pochi quelli che ne comprendono la poetica fino in fondo, che riescono a custodirne la grandezza al di là del suo omicidio, che continua comunque a rimanere uno dei casi più scuri della storia del nostro paese. Per il resto Pasolini non è null’altro che un cadavere o, nella migliore delle ipotesi, qualcuno da cui guardarsi bene.

Ancora oggi è un caso più unico che raro che un suo film venga mandato in onda dalla nostra tv di Stato in prima serata; ancora oggi non rientra in quasi nessun programma scolastico. Eppure Pasolini ha descritto il nostro Paese con un’onesta intellettuale della quale dovremmo esser grati. Scrittore, poeta, regista, giornalista, Pasolini ci ha raccontati. Ha raccontato della nostra gente, dando un volto a chi non ce l’aveva, è stato in grado di misurare la miseria, la povertà e la bellezza della borgata romana, ma universalmente di un intero spaccato sociale, quando le nostre élite culturali decidevano di non vedere. Ci ha spiegato la nostra politica spingendoci a dubitare, a farci domande, ad essere padroni della Patria. Ci ha suggerito di amare Cristo spronandoci a comprenderne la sua essenza umana. Ha provato a farci credere di poter essere tutto e il contrario di tutto, come lui stesso faceva. Perché la comprensione passa per il dubbio, per la ricerca. La verità è un imbroglio perché ciò che più le si avvicina non può essere che l’onestà e il coraggio, che non gli sono mai mancati.

Pier Paolo Pasolini quindi ci ha raccontati e il suo modo di raccontarci non ci è mai piaciuto. Perché ci costringe ad accorgerci che, anche dopo quasi 40 anni dalla sua scomparsa, siamo ancora un Paese piccolo piccolo, contraddittorio, incapace di reagire. Pasolini è morto la notte tra il primo e il due novembre del 1975, in uno sterrato all’Idroscalo di Ostia. Numerose le indagini aperte e richiuse dalla procura di Roma (l’ultima è ancora in corso), la verità giudiziaria sulla sua morte però è ancora una: è stato ucciso da Pino Pelosi, all’epoca dei fatti 17enne. Eppure è pacifico che Pelosi non fosse da solo quella notte, così come sembra che probabilmente Pelosi fosse solo stato usato da qualcuno. Chi sa non parla. Non parla la sua borgata, che ancora abbassa gli occhi davanti a chi chiede il perché. Nessuno c’era quella notte, nessuno ha visto né sentito. Così come non parlano e non sanno i suoi amici, la sua famiglia, i politici, i magistrati. E la cosa più atroce non è solo che Pasolini sia stato orribilmente massacrato e ucciso, quanto più che la sua morte continua a essere nascosta sotto un velo di omertà. PPP è morto senza dignità perché la dignità che meritava ancora oggi non gli è stata restituita. Perché ancora il suo “lato oscuro” non gli è stato perdonato. Perché la nostra sete di moralità ci spinge più a guardare con sospetto e aberrazione alle sue abitudini sessuali che a ciò che Pasolini realmente era: un intellettuale, un poeta. Di quelli che, parafrasando l’orazione funebre di Alberto Moravia, non si ripetono, la cui presenza è un dono e la celebrazione un dovere. Dove Pasolini morì, la notte tra il 1 e il 2 novembre del 1975 sorge un piccolo parco con un monumento bianco. Lì dove una ruspa abbatté le baracche in mezzo alle quali il suo corpo venne ritrovato senza vita. Non molti lo sanno, pochi lo vanno a piangere.

Martina Di Matteo

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