Che ognuno avrà il futuro che si conquisterà.

Gianni Rodari

Cultura, questa sconosciuta

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cultura 2Nei giorni scorsi ha suscitato stupore un articolo di Stefano Feltri, vicedirettore del Fatto Quotidiano, che commentava i dati di un paper del centro studi di Bruxelles Ceps sul ritorno economico dell’iscrizione ai corsi di laurea in diverse discipline. Secondo Feltri Lettere, Filosofia, Storia dell’arte sono solo una perdita di tempo (e denaro). Scrive Feltri: “Se guardiamo all’istruzione come un investimento, le indagini sugli studenti dimostrano che quelli più avversi al rischio, magari perché hanno voti bassi e non si sentono competitivi, scelgono le facoltà che danno meno prospettive di lavoro, cioè quelle umanistiche”. Tornando poi sull’argomento in un altro articolo aggiunge: “Se poi volete comunque studiare filologia romanza o teatro, se ve lo potete permettere o se vi attrae un’esistenza da intellettuale bohemien, fate pure. Affari vostri. L’importante è che siate consapevoli del costo futuro che dovrete pagare”.

Sui tanti luoghi comuni che emergono dall’articolo di un giornalista, altrimenti ben preparato, come Feltri (si vede che quest’argomento non è proprio il suo,) ha ben scritto Andrea Pocheddu su www.glistatigenerali.com. Qui terrei a porre alcune domande. Feltri tiene ad aggiungere di aver fatto la Bocconi per un costo di 50.000 euro, soldi secondo lui sacrosanti visto che poi ha subito trovato lavoro. D’accordo, ma chi invece quei soldi non ce li ha? E ancora: ma è davvero tutto misurabile in costi e ritorni di carriera? (ma questa sarebbe una domanda troppo da intellettuale bohemien). E’ vero, l’università è da sempre un parcheggio per alcuni lavativi (come del resto le tante scuole di giornalismo e conseguenti stage nei giornali) e questa non è novità che meriti un articolo.

Ciò che colpisce è il pensiero diffuso che la cultura non conti nulla. Che leggere un libro sia un’attività cui dedicarsi cultura 1nel tempo libero e giammai un lavoro. Che andare a teatro, e magari pensare di farlo, sia peggio di un delitto: un hobby o un impegno da pensionati. Che l’arte sia roba da turisti di cui parlare solo quando a Pompei crolla un muro o uno sciopero estivo tiene fuori i turisti. Tranne trasformarsi tutti in esperti di beni culturali quando arrivano le nomine alla direzione dei musei con, Dio ce ne guardi bene a noi di sinistra amanti del multiculturalismo, addirittura 7 direttori stranieri! E allora tutti quei direttori di giornali che si professavano europeisti, che ti dicevano “ma il teatro non vende”, o “ma le recensioni non le legge nessuno”, quelli per i quali nella riunione di redazione la cultura è l’ultimo servizio ad essere discusso in 5 minuti dopo interminabili sedute di politica ed economia.

Quegli imprenditori che non hanno mai investito un euro nelle università e tantomeno nei musei, a differenza di quanto avviene da sempre all’estero. Tutti diventano appassionati di storia dell’arte e rivendicano quei posti per gli italiani dello stesso livello (gli stessi italiani che però non devono Studiare storia dell’arte per non diventare intellettuali bohemien ma che invece dovrebbero fare direttamente i direttori degli Uffizi). Quella di Franceschini è una riforma che, per una volta premia il merito, resa possibile, come ben sottolinea Michele Fusco (sempre su www.glistatigenerali.com che qui mi trovo a citare ben due volte), dall’ignoranza in materia di chi ci governa. “Completamente privi di strumenti per intervenire, non sapendo nulla della materia, i nostri politici hanno lasciato fare, anche perché sulla cultura c’è ormai poco da mangiare avendo tagliato tutto il tagliabile”. Amen.
Non così la riforma del teatro con le incredibili scelte su teatri Nazionali, Tric e centri di produzione, la cui modifica ai criteri di Finanziamento del Fondo unico dello spettacolo ha lasciato molte compagnie e sale nel caos totale. Forse perché qui all’ignoranza in materia si aggiunge il menefreghismo.

Laura Landolfi

L'Autore

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