Che ognuno avrà il futuro che si conquisterà.

Gianni Rodari

Gestione del tempo e libertà di insegnamento

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echeion.it_Nei nostri seminari sui problemi di apprendimento e sulla gestione dello stress – nel tentativo di mettere a fuoco i nodi problematici del lavoro didattico e di sensibilizzare i docenti sull’uso proficuo del tempo scuola – mi è stato più volte obiettato con una certa enfasi “ma il programma? io sono tenuto a svolgere un programma ministeriale e non posso perdere tempo!”. Partiamo da questa legittima obiezione per affrontare l’argomentazione suggerita dal titolo.

Come si pone la nostra libertà di insegnamento di fronte al vincolo del tempo? E ancora. Che uso posso fare del tempo a mia disposizione rispetto al curricolo e alla programmazione educativa e didattica? Senza entrare nel merito giuridico della libertà di insegnamento (sancita dagli articoli 33 e 34 della nostra Costituzione, confermata dall’art.1 del D.Lgs. 16 aprile 1994, n. 297 come “autonomia didattica e come libera espressione culturale del docente…diretta a promuovere, attraverso un confronto aperto di posizioni culturali, la piena formazione della personalità degli alunni, e richiamata infine dalla legge 13 luglio 2015 , n. 107), possiamo iniziare a riflettere sullo slittamento lessicale verificatosi via via nella nostra legislazione scolastica tra programma e programmazione. La programmazione educativa e didattica non è più il programma ministeriale, figlio di dettami calati dall’alto e dati una volta per sempre, ma – da quando esiste l’autonomia scolastica – è figlia del concetto di autonomia. Il che vuol dire che la singola scuola e i singoli dipartimenti possono organizzare i loro particolari curricoli tenendo presente i dettami ministeriali sì, ma sentendosi liberi di operare delle curvature con un occhio alle esigenze socio-economiche e culturali del territorio di appartenenza. Come dire – se i Campi Flegrei hanno una vocazione turistica, non farò mancare alla mia scuola un approfondimento della loro storia e della loro geologia. Punto uno. Punto due. I singoli dipartimenti delle singole scuole non potranno essere così rigidi nello stabilire dettagli e scansioni temporali degli argomenti da trattare, ma dovranno stabilire a grandi linee dei macroargomenti, tali da permettere al docente una certa libertà di movimento nell’adattare il curricolo alla classe, e consentirgli – per essere in sintonia con la odierna legislazione scolastica- una moderna DIDATTICA INCLUSIVA. Questo si fa con interventi individualizzati e personalizzati nelle classi dove maggiormente sono richiesti, cosa che richiede “tempo” e una dedizione particolare, dal momento che si tratta di ri-pensare la platea scolastica di riferimento non più in termini di OMOGENEITA’, ma in termini di ETEROGENEITA’. Trasferito dal piano sociologico al piano dell’offerta formativa di una scuola questo vuol dire – espressamente e brutalmente – che essa (la scuola) non può e non deve più dare a tutti la stessa cosa (il programma e/o il curricolo), ma dovrà adoprarsi per individualizzare e personalizzare i suoi interventi educativi e didattici, accogliendo nel suo grembo ciascun alunno con le sue personali differenze e caratteristiche bio-psico-sociali.

Mi sembra di poter affermare con tranquillità quindi che il problema del tempo in dotazione al docente debba essere al servizio del docente e non il contrario, con il risultato di alleviargli la pressione del programma e di conferirgli una maggiore serenità. Per cui nelle riunioni di Dipartimento si potranno stabilire delle indicazioni generali senza imporre niente ai singoli docenti che saranno liberi di organizzare la programmazione nel modo che riterranno più opportuno- in base alla realtà della classe in cui lavorano. Chiaramente mi riferisco anche ai contenuti. Ci sono delle discipline per le quali è materialmente impossibile completare il programma trattando tutti gli argomenti previsti, per cui il docente deve fare delle scelte ed è libero di farle in totale autonomia come espliciterà ad inizio di anno scolastico nella sua programmazione, nella quale avrà anche previsto tempi e modalità di verifica e valutazione. E se è nato qualche intoppo durante il suo svolgimento, a fine anno farà la sua brava relazione finale dove spiegherà per filo e per segno cosa gli ha evitato di raggiungere gli obiettivi prefissati. Tranquilli. Ci sono gli strumenti e vanno adoperati.

Personalmente il mio tempo scolastico ed extrascolastico l’ho speso sempre avendo bene in mente una cosa precisa: quella di consegnare ai miei studenti un metodo, avendo cura che essi “imparassero ad imparare” e non mi sono mai preoccupato del programma più di tanto. Se visto alle strette, mi sono concentrato sui nodi fondamentali della mia disciplina (per dirla con un linguaggio tecnico da epistemologo, sui suoi nuclei fondanti) tralasciando di prendere in esame tutta la materia così come da programma. Ho battuto e ribattuto sui suoi punti chiave, cercando di abituare gli alunni a smontare e a rimontare i contenuti da apprendere, pochi ma ben oliati, come si farebbe col motore di una motocicletta. Tutto ciò, ricordandomi bene del mio essere studente e dei miei ricordi di scuola. Mai che ricordassi un pezzo di storia se non legato ad un episodio saliente che mi avesse visto coinvolto emotivamente o un passaggio matematico di cui non vedessi l’utilità pratica. Vi siete mai accesi di entusiasmo nell’imparare a pappardella chilometri di letteratura, di storia dell’arte o di filosofia, di cui oggi avete soltanto un vago ricordo spesso confuso o addirittura non ricordate proprio nulla? Siamo onesti. Di tutti i professori che ho avuto nella mia carriera di alunno, ne posso ringraziare pochissimi che hanno usato senza timore la loro libertà di insegnamento e sono riusciti – al di là del programma e quant’altro, a trasmettermi la chiave di volta per accedere autonomamente al sapere. E se volessi indicare quelli che hanno determinato la mia vita futura, devo segnalarne soltanto uno. Quello che mi ha rincorso e preso a calci sul corso principale del mio paese (naturalmente erano tempi diversi), quando ha saputo che finita la media mi ero iscritto, spaesato com’ero, ad una scuola tecnica, io che traducevo Cesare e prendevo 10 alle versioni. Dopo tanti anni, da adulto avanzato, in uno dei periodi più bui della mia vita, il ricordo di quella scena, mi ha aiutato a dare una virata di bordo alla mia vita professionale e a mettere finalmente mano alle mie vere risorse, per non soccombere alla tristezza e alla depressione di un lavoro che non amavo per niente.

Nicola Corrado

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