Non preoccuparti di cosa sta per fare qualcun altro.
Il miglior modo per predire il futuro è inventarlo.

Alan Kay

L’innovazione è lenta perché fa paura al potere

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Si fa presto a dire innovazione. Non c’è politico o giornalista o imprenditore che non cominci o concluda un qualsiasi discorso ribadendo di essere convinto che ci stiamo giocando la sopravvivenza sulla capacità di innovare. E che lui – con noi – non vede l’ora di giocarsi tutte le proprie carte su questo terreno.
Tuttavia, a vedere i numeri – sia quelli a livello globale che nazionale – non necessariamente parlare di investimento in innovazione si traduce in decisioni di spesa concrete; laddove, del resto, non è assolutamente certo che aumentare la spesa in ricerca significa automaticamente produrre crescita e benessere.
Un semplice confronto tra la crescita dell’economia in Paesi diversi e il rapporto tra spesa in Ricerca & Sviluppo e Pil (parametro questo che, secondo molti, fotografa la propensione di un sistema ad innovare), dice che non è per niente garantito che maggiori investimenti (e ancor meno se essi sono pubblici) in ricerca, portano un’economia a crescere più velocemente.

Il caso Italia: dei 6,2 mld assegnati dall’Europa per la ricerca abbiamo speso poco più di un terzo   

In Italia ciò appare essere ancora più vero: pochi sanno che la Commissione Europea aveva assegnato nel 2007 (negli stessi mesi in cui esplodeva la crisi che non è più finita) alla gestione del Ministero dell’Università un programma sulla ricerca e competitività che aveva una dotazione complessiva di 6,2 miliardi di euro. 6,2 miliardi di euro, tredicimila miliardi di vecchie lire, una cifra enorme, duecento volte più grande di quella che, un anno e mezzo fa, con grande clamore, i ministri Profumo e Passera misero a disposizione per le “start up”. Completamente sprecati, però. Della cifra iniziale, dopo sette anni, ne abbiamo speso poco più di un terzo. E quando abbiamo speso, gli indicatori che misurano il tasso di innovazione delle Regioni italiane sono rimasti totalmente indifferenti.

innovazioneProblema europeo: l’innovazione mette in discussione le gerarchie

 
E allora? Che cos’è che non funziona? Perché la retorica non riesce a cambiare la vita delle persone e l’innovazione resta imprigionata nei titoli dei giornali? Cosa è mancato, cosa manca se proviamo ad osservare questo Paese dal punto di vista – certamente anch’esso non privo di problemi – dell’Europa? O se guardiamo l’Europa dal punto di vista degli americani che – almeno a San Francisco, Boston e Seattle – di innovazione vivono?
A mio avviso i problemi sono due. Uno più generale europeo. E l’altro italiano che si somma a quello europeo.
Quello europeo è di avvicinarsi all’ innovazione come ad una festa, ad un party alla fine del quale saranno tutti sazi. Non è così. L’innovazione non è qualcosa che si aggiunge a ciò che abbiamo. Perché lo modifica profondamente.
È l’errore che fanno tante aziende che hanno immaginato di poter automatizzare senza modificare processi organizzativi e spostare le persone. Ed è l’errore che fa l’Europa nell’attrezzare i (pur utili, peraltro) grandi programmi di ricerca come “Horizon 2020” che – per come sono strutturati – finiscono con il finanziare le imprese e le università dominanti per ciascun settore (gli “incumbents”).
Non è così che l’innovazione funziona. Essa – direbbe Schumpeter – ha una “gamba” distruttiva che precede quella creativa. Mette in discussione direttamente le gerarchie industriali, accademiche, prima di crearne altre. Cambia la distribuzione di ciò che chiamiamo “potere”. Come succede per Internet che cambia i luoghi di produzione e i canali di trasmissione dell’informazione e dunque rialloca il potere, perché “informazione è potere”. Peccato che in Europa questa cosa – il “potere” – cambia molto lentamente. Disperdendo buona parte dei motivi per i quali deve fare innovazione.

Il problema italiano: non intercetta la domanda 

Il secondo problema è italiano. Molto spesso parlare di innovazione, serve per vendere prodotti, concetti (rigorosamente incapsulati in qualche parola inglese) senza mai capire in realtà a cosa serve. E senza mai dunque intercettare le domande delle persone e delle imprese. Con il risultato finale di condannare dunque il mercato (ad esempio, quello delle tecnologie della comunicazione e dell’informazione – ICT) ad essere marginale. Basta fare l’esperienza di una qualsiasi fiera tecnologica per confondersi tra “open data”, “big data”, “cloud computing” e “data server” senza che mai qualcuno cominci dalla sanità, dalla sicurezza, dal traffico o dalla scuola per capire quale è il problema e quali le tecnologie (quasi tutti disponibili) servono a risolverlo. Un approccio che, in fin dei conti, risente del fatto che nel mercato italiano restano “venditori”, laddove le grandi aziende americane concentrano nei quartieri generali ad Amsterdam, a Londra o a Berlino le proprie risorse strategiche.
Questioni di linguaggio. Questioni di interesse.
Alla fine, però, ci troviamo a spendere molto meno in ricerca degli altri Paesi (poco più dell’uno per cento – come rapporto tra spesa in ricerca e Pil – contro un target che l’Europa si dà per il 2020 del tre). E, peraltro, a trarre molto meno valore da quel poco di spesa che facciamo.
E allora? E allora – ripromettendomi di sviluppare questi argomenti con Futuro Quotidiano nelle prossime settimane – ricomincerei dalla concretezza e dalla serietà.

Per l’ Agenda Digitale partire dai problemi concreti. Si cominci con la giustizia 

Concretezza perché non è possibile parlare di “agenda digitale” senza fare riferimento alle quotidianità dei problemi. Quello della giustizia, ad esempio, perché non possiamo aspettare la Grande Riforma dei Tribunali e il superamento delle ideologie, per introdurre per chiunque ne faccia richiesta la certezza che qualsiasi comunicazione da parte delle amministrazioni gli arrivi al proprio domicilio elettronico, in maniera tale da eliminare le incertezze sulla notifica e la più grande ragione di spreco di tempo nelle cause civili e penali.
Serietà perché non si può celebrare l’assoluta necessità di cambiare e poi dimenticarsi – in molti casi – di cambiare le squadre che hanno perso un’infinità di battaglie e di trovarne altre puntando esclusivamente sulla capacità delle persone di aggiungere valore.
In fondo il punto è che l’innovazione non fa sconti. Funziona solo se – come sistema, come persone – accettiamo che essa ci trasformerà e se proviamo a governare la trasformazione. Mentre invece ci espone a enormi delusione e perdite di tempo, il tentativo che molti fanno di ridurre il cambiamento ad un convegno.

Francesco Grillo

L'Autore

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