Ecco qual è il problema del futuro:
quando lo guardi cambia perché lo hai guardato.

Lee Tamahori

#ISIS 2.0, come essere terroristi cool ai tempi del #web

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E’ normale che in guerra si usino anche le armi della propaganda. E se è vero, come dice Papa Francesco, che “stiamo combattendo la Terza Guerra Mondiale a pezzetti”, allora anche la propaganda si organizza e cerca di fare il suo gioco ai tempi dell’Isis, dell’autoproclamato Stato Islamico dell’Iraq e della Siria. Le strategie sono sottili, raffinate, pervasive. E hanno un unico obiettivo: diffondere worldwide panico e creare sudditanza psicologica nei confronti di un’azione portata avanti al fine di affermare su un’area quanto più vasta possibile il Califfato islamico. E, soprattuto, rendere agli occhi del mondo il nemico più temibile di quanto sia. Perché la propaganda ha i suoi trucchi, il pubblico a volte non ha occhi per riconoscerla e i social media si stanno guadagnando un posto di primo piano in questa nuova forma di guerra che Bergoglio ha descritto in maniera inequivocabile.

Il peso strategico della propaganda online

isisQueste sottili tecniche stanno funzionando, per esempio, su molti dei peshmerga curdi che sarebbero pronti a prendere le armi contro il Califfato. È il caso di Bahjat Majid, 33 anni, pronto a fine settembre a lasciare la sua famiglia per quello che una volta si sarebbe chiamato il ‘fronte’. Lui stesso ha avuto modo di rilevare ad alcuni magazine internazionali di avere il sonno turbato, non tanto dall’eventualità di imbracciare un fucile, quanto da quelle immagini ormai note a tutti di teste tagliate messe online dalla propaganda dell’estremismo islamico. “I peshmerga sicuramente possono essere molto forti”, rivela Majid, “ma allo stesso tempo il forte uso dei social media che sta facendo Isis spaventa molti di noi”. E allora benvenuti nella guerra moderna formato Isis, dove la propaganda online ha un peso strategico altissimo.

La visione ‘mediatica’ della realtà

Già da alcuni anni l’Isis ha cominciato ad utilizzare i social media per sviluppare una narrazione addomesticata, ovviamente a proprio favore, del conflitto in Iraq e Siria. Alcune tattiche di propaganda utilizzate dai jidahisti hanno qualcosa di simile con quelle già viste nel conflitto con Crimea e Ucraina della Russia di Putin, ma il Califfato è riuscito anche ad andare oltre. Il neo-proclamato Stato Islamico non è riconosciuto come una stato-nazione. Il territorio che si è conquistato a cavallo dell’Iraq e della Siria è stato preso violentemente con la forza. Nello stesso tempo, però, questa dimensione di stato non territoriale si è rivelata una manna per le sue strategie di propaganda, in quanto i messaggi diffusi originano da migliaia di fonti diverse e proprio per questo risulta difficile contenerli. E, così, stiamo vivendo una ‘primavera araba’ al contrario.

La potenza del web

Nel 2011 vedemmo per la prima volta quanto il web e i social network potessero essere potenti per organizzare proteste contro regimi dittatoriali od oligarchici. Oggi, 2014, appena tre anni dopo, quelli stessi strumenti stanno servendo non tanto la causa della democrazia e della libertà, quanto quella del terrorismo e dell’odio verso l’occidente, diffondendo falsità e disinformazione e lanciando minacce contro la libera manifestazione del pensiero. Ma d’altronde la propaganda è questo. E’ sempre stata uno degli strumenti per portare avanti le guerre e non c’è deontologia che regga. Anche la Russia recentemente vi ha fatto ricorso per giustificare davanti agli occhi del proprio popolo le azioni aggressive portate avanti nei confronti della Crimea e della Ucraina dell’est.

La propaganda nemica dei giornalisti

La propaganda non è amica dei giornalisti, specialmente di quelli indipendenti, portati a parlare troppo! Questi infatti potrebbero smascherare con facilità certe narrazioni distorte messe in giro dalla propaganda stessa. E ai tempi dei social media fare propaganda è diventato molto più facile. Conseguentemente per i giornalisti veri è diventato più pericoloso esercitare fino in fondo il loro duro mestiere di raccontare i fatti. Così la Russia conta una discreta schiera di cronisti fatti fuori perché nemici del Cremlino. Secondo il Committee to Protect Journalism si tratta di 35 giornalisti uccisi in Russia dal 1992 ad oggi per avere raccontato storie che mettevano il governo russo in difficoltà. Il presidente Putin all’arma della propaganda avrebbe fatto ricorso per rendere accettabili verso l’opinione pubblica alcune condotte ‘dubbie’ del suo governo.

I mille volti della propaganda

Con l’Isis la propaganda è sicuramente più spietata. Il Califfato non si pone certo problemi di rendere o meno accettabile una qualche condotta e la minaccia verso un certo tipo di giornalismo è resa volutamente evidente. Le immagini cruente della decapitazione di James Foley e Steven Sotloff parlano proprio di questo, mostrando la sorte a cui sono destinati tutti i reporter che dalle terre del Califfato volessero provare a dare un messaggio diverso rispetto a quello della propaganda stessa. Allora, in un contesto depurato da voci scomode, la propaganda islamica sembra mirare a dare un messaggio diverso per il mondo mussulmano e per quello occidentale. In ‘casa’ il Califfato mira a reclutate quanti più guerrieri possibili e allora la jihad diventa virile, forte ed addirittura cool. Per farla apparire tale basta rappresentarla in qualche video, ben girato, stile trailer cinematografico da spammare via web, magari mentre qualche combattente strizza l’occhio ad un vasetto di Nutella.

Internet nelle mani dell’Isis

A livello internazionale vengono invece diffusi contenuti di tutt’altro tipo. Più crudi sicuramente. Lo scopo, in questo caso, è quello di seminare paura e forzare alla conversione all’Islam. E sembra che stia funzionando. Uno dei comandanti curdi che sta combattendo contro lo Stato Islamico ha rivelato al National Review che questa strategia è in corso già da almeno un anno e viene portata avanti attraverso i social media, Facebook ed internet mostrando le immagini ben note, purtroppo, a tutti noi. “E’ una guerra psicologica”, dice questo comandante. “Molti dei peshmerga, siamo tutti della stessa regione, prima di cominciare a combattere, mettono in sicuro la propria famiglia e poi tornano a combattere”. E anche oltre la cerchia dei peshmerga gli effetti di queste macabre comunicazioni si sono fatti sentire, essendo percepito ormai da tutti l’Isis come una minaccia globale, difficile da combattere proprio per questa sua natura decentralizzata.

Il califfo muove le pedine di Twitter

isis twitterIl Califfo ha dalla sua una buona squadra di esperti di web e di social media. A sua disposizione hanno anche messo una ‘app’ che consente di bypassare i filtri che Twitter avrebbe impostato per arginare i flussi di comunicazione che i guerriglieri di Isis immettono continuamente in rete. Ma nonostante questi filtri nel solo mese di agosto 2014 su Twitter si sono potuti contare 27 mila account che cinguettavano benevolmente nei confronti dello Stato Islamico e sono stati più di 700 mila gli account di coloro che citavano il gruppo terroristico. Nel frattempo Twitter avrebbe bloccato circa 1.000 account sospetti che nel frattempo la propaganda jidahista avrebbe prontamente rimpiazzato con al seguito gruppi di altri utenti pronti a linkarlo. Una flessibilità che nemmeno la migliore propaganda sovietica riuscirebbe a pareggiare. Per far diventare i post pro-Isis dei trend su Twitter si è fatto di tutto, abbinando ad essi anche hashtag popolarissimi come #worldcup2014. Più coerentemente quando i guerriglieri del Califfo sono riusciti a piantare la bandiera dell’Isis su Mosul sono stati sparati in rete 40 mila  tweet in un solo giorno con le immagini dell’impresa. Idem per le immagini della bandiera su Baghdad. Tanto è bastato per fare apparire quelle immagini tra i primi risultati sui motori di ricerca non appena veniva digitato il nome della città. Anche all’annuncio da parte del presidente Obama di azioni aeree contro Isis è seguito l’hashtag #MessageFromISIStoUS a giurare vendetta.

La verità del giornalismo contro la ‘non verità’  propagandistica

In un ambiente comunicativo così crudele, avere forme vere di giornalismo è quanto mai necessario. La propaganda sarà anche indispensabile e strategica per coloro che stanno portando avanti un’azione di aggressione, ma ha un punto debole. Non è la verità. E se il mezzo comunicativo diventa il web 2.0 il giornalismo deve adattarsi ad esso. Se i tweet sono il ‘cavallo di Troia’ per portare il messaggio a livello globale si dovrà imparare bene ad utilizzare anche questi. Perché la verità è ben oltre tutto quello che emerge dalle pagine web e dalle home dei social. Gli spazi per affermarla devono essere trovati a tutti i costi e con coraggio, perché da essa in alcuni casi può dipendere davvero il futuro dell’umanità.

Marco Bennici

L'Autore

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