Il guaio del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta.

Paul Valéry

#JOBS ACT SI O NO? L’IMPORTANTE È NON DIFENDERE LO STATUS QUO

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Julio Numhauser nel 1982 ha scritto Todo cambia, canzone poi resa famosa da Mercedes Sosa. Un cantautore cileno emigrato in Svezia a causa di Pinochet ha fatto della Svezia la sua nuova patria. Bell’esempio di cambiamento di sinistra. Me lo ricordo il golpe, e mi ricordo il terzomondismo di allora. Solo non pensavamo che avesse un prezzo per noi.  Il prezzo della sparizione in Italia dei settori economici in cui il Terzo mondo ha vantaggi competitivi insuperabili: costo del lavoro (perché il costo della vita è infinitamente più basso) e costo dell’energia (se il paese del Terzo mondo ha ingenti riserve energetiche).

È cosi che è sparita la Falck di Sesto San Giovanni, sparita con le sue migliaia di dipendenti.  Ed il sistema Italia anziché spostare capitali e lavoro verso nuove produzioni da paese avanzato, ha congelato la situazione (blocco dei movimenti di capitale, massimale sugli impieghi, etc) a difesa dello status quo, rifiutando di accettare il cambiamento in atto. Nonostante questa rimozione collettiva dopo alcuni anni non c’è più stata traccia della Falck e dei suo dipendenti.

Il dibattito sul Jobs Act sta tutto qui: ha una natura psicologica prima che politico-economica. Se accettiamo il cambiamento è ovvio che occorre difendere il lavoratore riqualificandolo e aiutandolo a cambiare mansione e  azienda (come sostiene Pietro Ichino che è stato un sindacalista della Cgil),  non difendere quel posto di lavoro in quella determinata azienda nella logica della cassa integrazione ordinaria straordinaria e della mobilità. Un posto di lavoro destinato a sparire come il recente caso  di Alitalia dimostra. La rimozione è un bel problema sia per un individuo che per una collettività.

Mario Zanco

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