Sogni, promesse volano... Ma poi cosa accadrà?

Gianni Rodari

Riserve minerali. Patrimonio in fondo al mare

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Il mare profondo a lungo ha catturato l’attenzione di molti soprattutto tra coloro che per anni hanno provato ad immaginare quali meravigliose risorse potesse contenere il regno di Nettuno. Adesso la tecnologia ci consente non solo di sapere esattamente cosa conservano i fondali oceanici, ma anche di poter sfruttare queste risorse a vantaggio dello sviluppo del nostro pianeta. A queste immense profondità marine cominciano a praticarsi sia la pesca che la raccolta di metalli, nonché l’estrazione di petrolio e di gas e la comunità scientifica sta mettendo sempre più attenzione nello studio di ciò che effettivamente possono darci i mari profondi, il più vasto ambiente naturale che il nostro pianeta ci possa offrire.

Perché queste risorse andrebbero prima amministrate e poi utilizzate. Altrimenti il rischio potrebbe essere quello di uno sfruttamento indiscriminato e di un loro veloce depauperamento con enormi danni sia in termini ambientali che di mantenimento delle stesse a favore delle generazioni future. Ad una analisi di questo tipo provvede la rivista Biogeosciences , una pubblicazione scientifica della European Geosciences Union (EGU). Secondo alcuni paper raccolti in questa pubblicazione il ‘regno dei mari profondi’, insomma, è talmente distante, ma allo stesso tempo talmente importante da scatenare in tutti noi una curiosità naturale per tutto ciò che può contenere anche in termini di risorse. Allo stesso tempo un atteggiamento responsabile verso l’ambiente ma anche verso le generazioni future richiede che tutte queste ricchezze naturali possono essere conservate adeguatamente.

C’è sicuramente ancora molto da esplorare e soprattutto da capire circa quali ricadute possa avere l’esaurimento rapido di queste risorse sia a livello climatico che di impatto ambientale. Nel lavoro recentemente pubblicato dalla European Geosciences Union sono stati raccolti più di duecento paper in cui si analizza nel dettaglio quanto gli alti mari contribuiscano al mantenimento del nostro attuale sistema di vita. Nei regni dei colorati Nemo vivono abbondantissime quantità di pesci, ci servono come terreni di scarico per i nostri rifiuti e rappresentano una riserva immensa di petrolio, gas naturale, metalli preziosi e minerali rari che sono utilizzati dalla nostra industria elettronica degli smartphone e per la produzione di batterie ibride.

Ma le profondità oceaniche sono ricche anche di energia idrotermica e di varie forme di vita, dai batteri alle spugne, che costituiscono la base per lo sviluppo di nuovi antibiotici e di agenti chimici anti-cancro. Senza contare il valore culturale che possono nascondere, avendo dato vita nel tempo a libri e film di successo, da ‘Ventimila leghe sotto i mari’ a ‘Alla ricerca di Nemo’. Il problema principale di uno sfruttamento massiccio di tutte queste risorse, fantasia a parte, è quello di come garantire che domani le generazioni che verranno possano potersene avvantaggiare allo stesso modo di quanto stiamo già facendo oggi. Insomma, si tratta di un patrimonio da preservare a vantaggio di tutti.

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L’alto mare (zone oceaniche più profonde di 200 metri) rappresenta il 98,5% dell’intero volume del pianeta Terra. Non ha mai catturato più di tanto l’attenzione della comunità scientifica proprio per la sua vastità, per la sua lontananza e, principalmente, in quanto fino ad oggi inaccessibile all’uomo. Tuttavia a livello globale svolge alcune funzioni cruciali, legate principalmente al riassorbimento dell’anidride carbonica presente nell’atmosfera, così come del metano che può essere occasionalmente disperso sulla superficie marina. Le profondità oceaniche sono quindi un alleato molto importante per limitare gli effetti dei cambiamenti climatici a cui il nostro pianeta è sottoposto.

Per la formazione delle risorse oceaniche sono servite sia la presenza di un’area molto vasta, sia un periodo sufficientemente lungo di tempo, due fattori molto critici da duplicare. Nel fondo degli oceani, per esempio, sono presenti molti materiali come manganese, nickel, rame, cobalto ed altri minerali rari che hanno impiegato secoli per formarsi e che non possono essere ricostituiti con facilità. Così come alcune specie di pesci che si sono sviluppate molto lentamente e che potrebbero essere condannate all’estinzione se diventassero oggetto di forme predatorie di pesca. L’ecosistema dei fondali oceanici è, insomma, particolarmente sensibile a forme di sfruttamento che non siano sostenibili e lo è ancora più di altri ecosistemi presenti sul nostro pianeta Terra.

In fondo al mare è conservato un patrimonio di risorse che la nuove tecnologie di esplorazione dei fondali e di estrazione consentono di sfruttare sempre meglio. Il pericolo maggiore è legato al fatto che l’economia spesso guida le decisioni di utilizzo di queste risorse prima ancora che la scienza. Il dato di fatto è che queste risorse non sono facilmente duplicabili ed impossessarsene oggi significa non averle più domani. Teoricamente ci piacerebbe se il dato scientifico venisse prima della decisione economica. Almeno questi duecento paper dovrebbero servire in questo senso, fornendo alle autorità competenti una base abbastanza solida per sviluppare politiche a cui possano seguire prassi che possano andare veramente a vantaggio di tutti.

Marco Bennici

L'Autore

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