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Gianni Rodari

Se il Jobs Act rischia di apparire solo l’8 settembre dei sindacati

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L’eurovertice di Milano su occupazione e crescita, più volte deciso, organizzato, rinviato e riconvocato, finalmente si è tenuto questo 8 ottobre. In una data non casuale, quella della presentazione ufficiale della riforma governativa del lavoro, quel Jobs Act, di cui la prima paginetta fu l’esordio del  giovane premier Renzi. Presentazione veramente ufficiale, perché fino all’ultimo minuto, nessuno, tanto meno proponenti e senatori votanti (coinvolti nel meccanismo tagliola della fiducia al governo sul provvedimento) saprà cosa sia veramente questa riforma. Come tutti i provvedimenti renziani, anche questo ha vissuto di dichiarazioni, voci, ipotesi, giravolte, doppi e tripli meeting buro-parti-cratici che ne hanno tratteggiato un profilo impalpabile, buono, last minute, per consolidarsi in una cosa come in un’altra. E come altri provvedimenti, non solo renziani, anche questo su molte questioni delegherà al governo e all’infernale meccanismo successivo dei regolamenti attuativi in una nebbia sparsa a piene mani.

Jobs act, il guazzabuglio italiano

È un dato di fatto ormai che per l’Italia, il cui debito pubblico dipende dall’andamento finanziario generale, e quindi dalle istituzioni politiche e bancarie europee, politica europea e politica interna coincidano. Il Jobs Act viene contemporaneamente portato, per così dire, al voto del Senato e dell’eurovertice; e, fra i due, il governo trattiene il respiro solo per il secondo. All’Europa, malgrado il gradimento già anticipato, la riforma apparirà un guazzabuglio. Non ci sarà l’eliminazione definitiva del famoso art.18, (cioè della protezione data dalla reintegrazione sul posto di lavoro in caso di licenziamento non giustificato), oggi valido per 6,5 milioni di lavoratori. La forza deterrente della reintegra già pienamente non esiste più nella forma originale dopo l’intervento Monti-Fornero. Il Jobs Act lo affievolirà un altro poco con il successivo decreto delegato governativo, che deciderà i casi cui varrà ancora il reintegro.

Otto ottobre, un otto settembre bis

Ai difensori classici dello Statuto dei lavoratori sembrerà un 8 settembre, anche se è l’ottavo giorno di ottobre. L’8 settembre delle libertà sindacali, della contrattazione collettiva dei contratti, della protezione della reintegrazione sul posto di lavoro; l’8 settembre dell’idea, falsa da tempo ma ancora radicata nella testa di milioni di persone, che partiti e deputati si dividano tra gli interessi, diversi se non opposti, del lavoro e del capitale. A seconda dell’interlocutore (come in effetti prevede il documento della direzione del Pd) si potrà dire che l’art.18 è stato cancellato oppure difeso per quello che era possibile. Caso ha voluto che proprio il 7 ottobre, giornata mondiale del lavoro dignitoso, fosse anche l’occasione del primo vis a vis tra premier e sindacati, un incontro dominato dalle battute, dalle citazioni su canzonette, dalle recriminazioni grandi e piccole, sui contenti, comportamenti, attese ed orari. Il tutto sotto l’egida più che dell’ironia, del feroce sarcasmo delle parti tra l’accostamento tra Renzi e la Thatcher, simbolo dell’anti sindacalismo e dell’indifferenza palesata dal premier alle grandi manifestazioni di piazza, anche quando fossero composte da 3 milioni di persone.

Il breve dialogoRenzi-sindacati

L’oretta di dialogo tra governo e sindacati si è praticamente fermata agli 8 minuti nei quali Renzi ha sciorinato il suo repertorio (80 euro per i redditi bassi, 2 miliardi di riduzione fiscale sul lavoro, 1,5 miliardo per i precari, straordinari pagati per le forze dell’ordine, Tfr in busta senza contraccolpi alle piccole imprese), evitando riferimenti all’art.18 e al blocco del contratti pubblici. Cgil si è manifestata contraria a tutto. Cisl, Uil e Ugl hanno voluto vedere qualche speranza nel secondo appuntamento concesso per il 27 ottobre. Il governo ha cercato di mantenere un contegno antisindacale, che è quello che ora chiede l’Europa.

Jobs act, “un ingrato servizio da rendere” all’Europa

Nessuna delle parti ha voluto palesare dubbi sull’importanza basilare rivestita per la crescita dalla riforma delle regole del lavoro, della produttività e del lavoro più qualificato. Eppure finanziarizzazione, digitalizzazione, omogeneità fiscale e daziaria appaiono fattori ben più rilevanti, del lavoro skillato e non, per il confronto economico tra le macroregioni del mondo. Sia il governo che i sindacati, però, considerano i destini di fisco, digitale e finanza europei come materie fuori dalla propria portata, o irrisolvibili o nelle mani di Bruxelles e Francoforte. L’incontro, poco gradito da un lato e con poche speranze dall’altro, ha trattato di un provvedimento la cui utilità economica appare risibile e la cui ineluttabilità politica appare irreristibile. Così il Jobs Act che pochi mesi suscitò speranze tra i giovani precari appare “un ingrato servizio da rendere” all’Europa. Che magari storcerà pure la bocca.

Giuseppe Mele

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