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Milan Kundera

Cina-Italia. La strategia di Xi e le arance siciliane

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Cinquanta accordi commerciali e l’adesione dell’Italia, primo paese del G7 a fare a un passo del genere, a un memorandum che la impegna a partecipare  alla realizzazione della Nuova Via della Seta.  E’ l’obiettivo, ma non l’unico, della visita di stato del presidente cinese Xi Jinping nel nostro paese, che arriva oggi 21 marzo, con la moglie, la famosa cantante Peng Liyuan,  e un seguito di oltre 500 persone,  a Roma, blindatissima per l’occasione, per ripartirsene, dopo una tappa privata a Palermo sabato 24, alla volta di Nizza, dove incontrerà il presidente francese Emmanuel Macron, con il quale però non  pare abbia in programma alcuna  stipula di intesa o altro.

Che cosa offre Pechino all’Italia e  cosa l’Italia a Pechino? E perché sta sollevando tante polemiche il documento sulla partecipazione dell’Italia alla  Nuova Via della Seta che verrà firmato venerdì pomeriggio a Villa Madama? Ma innanzitutto in che cosa consiste il progetto?

La Cina punta a diventare  “una potenza globale posta al centro della scena internazionale”. Questo è l’impegno ribadito da  Xi davanti ai 3000 deputati riuniti per il XIX Congresso del Popolo, che nell’autunno del 2017  lo riconfermarono alla leadership del Partito Comunista Cinese per altri cinque anni.  E lo strumento per conquistare il mondo è appunto  il progetto, annunciato dal segretario del Pcc e presidente nel 2013 durante il suo tour ufficiale in Indonesia e Khazakistan,  il cui nome in cinese è 一带一路, tradotto in inglese come One Belt One Road (Obor), The Belt and Road Initiative (Bri), reso in italiano più suggestivamente come La Nuova Via della Seta  della Cina, recentemente ribattezzato da Pechino丝绸之路经济带和21世纪海上丝绸之路 Cintura economica della Via della Seta Via della Seta Marittima del 21 secolo.

Si tratta di una strategia di sviluppo che mira a  favorire i flussi di investimenti internazionali e gli sbocchi commerciali per le produzioni cinesi, con il coinvolgimento di 152 paesi e organizzazioni internazionali in Europa, Medio Oriente, America Latina e Africa, e della Banca asiatica d’investimento per le infrastrutture (AIIB), appositamente fondata con un capitale di 100 miliardi di dollari, di cui la Cina è il socio di maggioranza con diritto di veto su tutte le decisioni chiave  e alla quale l’Italia partecipa per  2,7% .

Il nostro premier, Giuseppe Conte, il 19 marzo, parlando in aula a Montecitorio, ha definito il progetto cinese “una chance per la crescita” da non perdere, un’iniziativa alla quale “le nostre aziende leader nell’innovazione tecnologica potranno partecipare”.  Il progetto, che potrebbe “riequilibrare la nostra bilancia commerciale che non è a noi favorevole” , con “un export che  -ha ammesso- è di gran lunga inferiore rispetto ad altri paesi europei”,  è “di una tale importanza  che ridefinirà sicuramente le linee del traffico commerciale, ecco allora  – ha spiegato – che avremo nuovi scali, nuovi corridoi commerciali: partecipare o meno, porsi passivamente rispetto alle nuove rotte, potrà influenzare negativamente o meno la crescita economica”.  Parole seguite dal via libera della Camera  al memorandum  con Pechino approvato con 282 voti  contro 227 i contrari, due  astenuti.

Che cosa abbiamo allora da  temere?  Il rischio per il nostro paese è quello di cadere nella Debt Trap, accettando  l’offerta  di accedere a finanziamenti da capogiro o a fondi creati ad hoc per realizzare infrastrutture utili poi soprattutto alla Cina. Prestiti che non sono certo a fondo perduto. Un esempio del  risiko messo in atto da Pechino è quello che è accaduto recentemente nello SriLanka, paese inizialmente tra i maggiori sostenitori del piano di Xi, dove, come riferisce l’Ispi, il porto di Hambantota, insieme a 15.000 acri di terreno circostante, sono stati dati in concessione per 99 anni alla Cina in seguito all’incapacità del governo cingalese di ripagare il debito contratto con Pechino. E sono già numerosi i paesi africani che avevano aderito con entusiasmo al progetto a battere in ritirata, consapevoli di essere rimasti  vittime di questa sorta di nuovo imperialismo, che mira a farsi cedere a prezzo di saldo infrastrutture strategiche per Pechino.

A lanciare l’allarme la Commissione Europea, che il 12 marzo ha inviato ai paesi dell’Unione indicazioni restrittive sui potenziali accordi con Pechino in vista della discussione  tra i capi di Stato e di governo al Consiglio europeo che si tiene proprio in coincidenza con la visita a Roma di Xi sulla necessità di rivedere le relazioni con la potenza asiatica.

L’esecutivo della Ue invita gli stati e i governi  a”raffinare l’approccio dell’Europa” nei confronti della Cina affinchè sia “piu’ realistico, assertivo e versatile”.    L’Ue e la Cina “sono partner strategici economici così come concorrenti”, ha spiegato il vicepresidente della Commissione, Jyrki Katainen, rimarcando la necessità di  “assicurare piu’ reciprocita’” e  di “proteggere la nostra economia di mercato da possibili distorsioni”.

Attenzione, è l’avvertimento che arriva da Bruxelles, la Cina fa spesso il doppio gioco, firma accordi che la obbligano ad un modello di commercio e governance equo e sostenibile, ma spesso ha una diversa comprensione e applicazione del diritto e dell’ordine internazionale. E se è un partner con con cui la Ue  scambia ogni giorno un miliardo di euro di beni e servizi, è diventata ormai anche un “avversario sistemico che ha modelli di governance diversi da quelli comunemente accettati in sede internazionale” e che obbligano l’Europa a “difendere i propri principi e valori”, oltre che la propria “la prosperità e il modello sociale”, che potrebbero essere messi a serio rischio da pratiche commerciali che seguono regole diverse dalle nostre, come pure diverso è il sistema di appalti e quello dei servizi finanziari “con operatori che si stanno estendendo nella Ue”. Il punto è che non c’è reciprocità nelle condizioni di penetrazione nei mercati, con le imprese europee che in Cina incontrano insormontabile barriere e  progetti infrastrutturali relativi alla Nuova Via della Seta  che hanno già provocato il sovraindebitamento di alcuni paesi.

Le nazioni dell’Unione devono “rafforzare tutti insieme le proprie politiche” e difendere “la propria base industriale” . “Nessuno – ha sottolineato la Commissione nel suo rapporto- può effettivamente raggiungere i propri obiettivi con la Cina” e “tutti hanno la responsabilità di assicurare il rispetto del diritto e delle pratiche europee”.

Tutto ciò al di là della questione dei diritti umani, che, secondo fonti internazionali, si starebbero sempre più deteriorando in Cina; delle emergenze ambientali di cui  Pechino, nonostante abbia firmato  gli accordi di Parigi, si sta rendendo responsabile nel continuare a costruire stabilimenti ad alta emissione in paesi stranieri, soprattutto in Africa;  degli  obiettivi militari dichiarati da gigante asiatico che punto a dotarsi dell’esercito più potente al mondo entro il 2050.

Ma c’è un’altra scottante questione  a infittire le ombre sui rapporti Italia Cina:  il dossier 5 G , la tecnologia per lo sviluppo della  quinta generazione della rete mobile destinata a rivoluzionare il nostro modo di connetterci a Internet, un tecnologia, che Pechino sta cercando di imporre attraverso Huawei  e Zte, che celerebbe software che consentirebbero al governo cinese di ottenere dalle sue società di telecomunicazione come prescritto nella Costituzione dati sensibili trasmessi attraverso le reti.

La figlia del fondatore del colosso Huawei,  direttore finanziario e vicepresidente del gruppo, è stata arrestata in Canada  -gli Stati Uniti ne hanno chiesto l’estradizione-  per avere violato le sanzioni americane nei confronti dell’Iran e la stessa sorte è toccata, poche settimane dopo, a un dirigente di Huawei arrestato in Polonia con l’accusa di spionaggio.

Ebbene l’ Italia sta già sperimentando con la Cina il 5 G in due aree: Milano e Bari-Matera, dove Huawei è capofila con un investimento complessivo di 60 milioni di euro in 4 anni e una previsione di copertura 5G del 75% della popolazione entro il 2018 e completa entro il 2019; e l’Aquila-Prato, dove opera Zte, l’ altro colosso cinese del settore.  E questo mentre la Ue sta valutando la possibilità addirittura di mettere al bando la tecnologia Huawei o almeno di rivedere le norme sulla cyber-sicurezza, per escludere società anche solo sospettate di spionaggio, oppure modificare le regole sugli appalti, in modo da impedire alle società cinesi di partecipare a progetti per lo sviluppo della quinta generazione della rete.

Su questo punto il governo, soprattutto la sua componente leghista, ha cercato di rassicurare, annunciando che ha intenzione di esercitare la Golden power  anche sugli  “acquisti da parte di imprese, pubbliche o private, aventi ad oggetto beni o servizi relativi alla progettazione, alla realizzazione, alla manutenzione ed alla gestione delle reti di comunicazione elettronica basate sulla tecnologia 5G, quando posti in essere con soggetti esterni all’Unione europea”. Una misura che per il momento ancora non c’è  e che semmai andava magari varata e pensata prima di aprire le due aree italiane alla sperimentazione cinese.

Ma molti altri saranno gli  accordi che verranno sottoscritti in questi giorni tra i due paesi e riguarderanno tantissimi settori, da quello sulla cooperazione per lo sviluppo di satelliti tra l’Agenzia spaziale italiana (Asi) e l’Agenzia spaziale cinese, all’accordo tra Zte e Wind per la rete G5, al progetto di ampliamento del terminal container n. 7 del molo Jetty di Trieste  tra la compagnia China Communication Construction Co. Ltd (CCCC) e TMT Italia, alla  costituzione di un fondo di investimento congiunto tra Genova e China Communication Construction Co. Ltd (CCCC), all’emissione di bond in yuan da parte italiana come frutto di un’intesa tra la Bank of China e la Cassa depositi e prestiti. E poi, fa sorridere, c’è anche il via libera all’esportazione italiana, che è stata tantissimo enfatizzata dal vicepremier grillino Luigi Di Maio,  degli agrumi siciliani. Sulle arance c’è davvero da interrogarsi, perché venderle alla Cine  è come vendere ghiaccio agli eschimesi. La Cina è infatti il paese natale di questo frutto, il cui nome scientifico è non a caso Citrus sinensi, ed è uno dei massimi produttori anche della versione del tarocco siciliano. Sarà questo il motivo della visita a Palermo di Xi, che nel capoluogo siciliano vuole costruire anche un porto, gemello di quello che la Cina possiede già in Grecia: farsi arrivare più facilmente l’agrume italiano a casa?   Ed è anche questo il motivo del tanto interesse nutrito nei confronti di Pechino dal Sottosegretario allo Sviluppo, palermitano doc Michele Geraci? Si fa per dire…

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