"Tutto è fatto per il futuro, andate avanti con coraggio".

Pietro Barilla

Articolo 18 che arriva dalla Silicon Valley

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Non è ancora chiaro cosa esattamente pensi Matteo Renzi dell’articolo 18. Nonostante i processi fatti sulle ideologie che starebbero a monte di intenzioni che non sono state ancora esplicitate. E, tuttavia, se il punto centrale è quello di abolire o meno il diritto di un lavoratore ad essere reintegrato se licenziato, la visita alla Silicon Valley non può che aver rafforzato certe sensazioni.

opportunità lavoro italiaIn un’economia basata sulla conoscenza, o, per meglio dire, nel pezzo di economia che vive di innovazione costante, un istituto come quello che costringe un datore di lavoro a riassumere un lavoratore di cui si vuole liberare non ha alcun senso. Al di là di qualsiasi interpretazione di tipo etico o valoriale (considerando, peraltro, che tra i valori ci sarebbero anche quelli che vogliono una società che protegga i propri talenti e quello dei cittadini di fruire – sotto forma di prezzi più bassi o maggiore qualità – dei frutti dell’innovazione).

Non ha senso dover reintegrare perché, qualunque sia il motivo per il quale un rapporto professionale si incrina, un team che è costretto a stare insieme (da un tribunale, peraltro) è un team destinato a non funzionare. Ed è umiliante per lo stesso reintegrato che impone, di fatto, la propria presenza. Meglio, molto meglio, che lo Stato non scarichi sulle imprese un costo improprio e dedichi le risorse – eventualmente rivenienti dalla maggiore innovazione e crescita economica – in meccanismi che garantiscano un sussidio a chi rimane senza lavoro, una consulenza personalizzata per ritrovarlo, un incentivo forte sia per la persona che per lo stesso Stato ad un reinserimento veloce e in grado di valorizzare le competenze del lavoratore.

È vero quello che dice Bersani quando nota che non è solo l’Italia in Europa a prevedere il reintegro; è vero, però, anche che è l’Europa nella sua interezza che stagna mentre centinaia di milioni di persone nel mondo sono diventate prima classe media e poi classe affluente. È altrettanto vero che questi livelli di flessibilità non si possono prevedere da chi piuttosto che a San Francisco, lavora a Pomigliano d’Arco. E, tuttavia, un paese che punta al futuro, non può pretendere di essere solo Pomigliano d’Arco.

Ma peggiore, molto peggiore, è la circostanza che neppure l’articolo 18, nella sua formulazione attuale, si applica a quel 20% di lavoratori italiani che lavorano per lo Stato. Per loro neppure si pone il problema del reintegro perché non sono, di fatto, licenziabili. Il motivo “economico” che consente nel privato il licenziamento non è neppure contemplato, ed è paradossale visto che è lo Stato ad essere strutturalmente in dissesto; la prestazione che, di nuovo, nel privato è giustificato motivo per la sostituzione, neppure è misurata. Ciò significa, molto più importante, che nella foresta pietrificata del pubblico impiego, non esistono neppure i premi di produttività, le promozioni per chi lavora meglio. E pensare che è attraverso lo Stato – la scuola, l’organizzazione dei dati in possesso degli enti, la sanità, la mobilità – che passano molte delle innovazione più rilevanti.

Spostare l’intervento dello Stato dalle reintegre ad un sussidio universale e a politiche attive del lavoro efficienti; ma, soprattutto, cominciare dalle modalità, assolutamente ottocentesche, che usa lo Stato stesso per reclutare, promuovere, premiare e, eventualmente, licenziare i propri dipendenti. Sono questi i termini della questione. Ed è vero che è da qui che passa la possibilità di avere un futuro.

Francesco Grillo

L'Autore

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