La mutilazione per cui la vita perdette quello che non ebbe mai,
il futuro, rende la vita più semplice,
ma anche tanto priva di senso.

Italo Svevo

Attilia Petrini, la fata del sorriso

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attilia petriniUna cosa non l’avrei mai immaginata: di entrare in uno studio dentistico di mia sponte, senza l’assillo di dolori lancinanti o di incisivi traballanti. Perché io, per traumi infantili di cui non sto qui a raccontarvi e una iperdose di parenti e amici di famiglia odontoiatri, ho un rapporto pessimo con la categoria. Preferibilmente nullo. Lo so, chi ci rimette, alla fine, sono io, ma è più forte di me: se non proprio in casi estremi, io dai dentisti giro alla larga. Mi ritrovo, invece, qui, a Milano, in un accogliente studio dentistico dalle parti di Porta Romana. L’appuntamento è con la Professoressa Attilia Petrini, dal sorriso smagliante (il che rende pleonastica ogni pubblicità) e con una capacità costituzionale di effondere serenità nei propri interlocutori. Ci siamo conosciute da pochi giorni, ma già al primo approccio ho capito che per Attilia farei un’eccezione alla mia fobia per l’invisa categoria e mi affiderei alla sua competenza, che tanto successo ha con tutti i suoi pazienti, a cominciare dai bambini che letteralmente l’adorano. Non a caso, all’ingresso dello studio, c’è un buffo simil-omino fatto di materiale riciclato, in realtà l’installazione di un noto artista, Sandro Siccardi, che fa da maggiordomo ed è dotato di carta d’identità da cui risulta che si chiama Williams.

Mette allegria (e non sono ai bambini) appena varcata la soglia. Per chi, a causa di pessime esperienze pregresse, entrare in uno studio dentistico rappresenta gettarsi ad occhi chiusi direttamente nelle fauci di un leone assetato del suo sangue, costituisce un divertente diversivo. Il sorriso di Attilia fa il resto. Un sorriso che la illumina dal di dentro e che crea immediatamente un ‘contatto’ emotivo; un valore aggiunto che nessuna chiostra perfetta, senza una simbiosi spirituale saprebbe creare. Si vede che la mia intervistata mi sta simpatica assai? Non ho motivo per nasconderlo: d’altronde, vi sarete resi conto che io intervisto solo donne ‘speciali’. Che sono tante, solo che praticano con pudore e misura l’understatement. Così è anche per Attilia. Per poterla mettere a proprio agio e non parere la solita impicciona parliamo di hobby e di tempo libero. “Amo il mare e la libertà che infonde; perciò, appena posso, mi godo la mia barca a vela Hallberg Rassy, di costruzione svedese. Viene considerata la Rolls del settore, temprata a fronteggiare mari spazzati da alte onde e freddi venti del Nord. E’, dunque, molto adatta alla navigazione in famiglia, bambini compresi, giacché, per quanto il mare sia grosso, si sta sempre all’asciutto. Sono di quelle barche che durano una vita (e oltre).”

Come sempre, comincio con le mie intervistate partendo dall’infanzia. Dove sei nata?

Per sbaglio a Brescia. Ma a tre mesi già mi ritrovai a Firenze e a 8 anni a Bassano del Grappa, città d’origine di mia madre, che apparteneva ad una famiglia d’industriali piuttosto nota nel proprio settore produttivo. Avrai sentito parlare della Grappa Nardini, no? I miei nonni materni erano morti piuttosto giovani, ma la bisnonna Teresa era la colonna della famiglia. Una donna modernissima e coltissima, laureata in matematica, che a 90 anni, per mantenere in esercizio la mente, imparava a memoria la Divina Commedia. La leggenda di famiglia le attribuisce la temeraria abitudine di cavalcare a pelo.

E tuo padre, Enzo Petrini?

E’ stato anche lui, altrettanto quanto mia madre e mia sorella, una figura predominante nel mio mondo d’affetti della famiglia d’origine. Era nato a Siena ma, fin da ragazzo, visse a Brescia, laureandosi in Lettere e Filosofia all’Università Cattolica di Milano. Fu molto attivo nella società contemporanea, insegnando prima nei Licei (a Mantova e poi a Brescia),  fino al richiamo alla vita militare e la successiva militanza nelle file partigiane di Brescia “Fiamme verdi”; poi, nell’Università di Trieste. Nel 1952, dopo un soggiorno in Francia per osservare l’esperienza delle “classes nouvelles”, venne nominato Direttore del Centro Didattico di Studi e Documentazione di Firenze. Lì nacque il suo sodalizio col pedagogista Giovanni Calò, che lo indirizzò agli studi pedagogici. Con Calò promosse e seguì le iniziative per i nuovi programmi della Scuola Elementare e per il cambiamento della Scuola Media. Nel 1965 fu nominato Direttore dell’Istituto di Pedagogia dell’Università di Trieste. Nel 1975 divenne Professore ordinario di Pedagogia e Direttore del Dipartimento dell’educazione della medesima Università. Mancò sette anni fa.

(Esplorando il web, mi avvedo di una concomitanza che mi colpisce. L’incontro con Attilia per questa intervista avviene il 19 giugno, anniversario della morte di suo padre. Un po’ mi commuovo.)

Un padre straordinario, di grande apertura culturale…

Ma anche d’impegno civile. Fu comandante partigiano, in Val Camonica, fra le Fiamme Verdi, mantenendo i contatti oltreconfine, con la Svizzera, e fu fra coloro che liberarono i prigionieri politici ristretti a San Vittore il giorno della Liberazione di Milano.  Fu l’iniziatore in Italia della moderna Scienza della Comunicazione e fu rappresentante presso l’UNESCO dei Paesi neolatini. Ritengo che la sua forza fosse quella di circondarsi di collaboratori di grande valore, non avendo mai avuto paura di confrontarsi. Da lui ho ricevuto due insegnamenti fondamentali: il rispetto verso gli altri e l’apertura ad imparare da tutti. I suoi anni fiorentini furono felicissimi, con preziosi amici di immensa caratura culturale. Fra i molti, il primo nome che mi viene in mente è quello di Pietro Annigoni. E’ risaputo, però, che i figli sanno solo un decimo di ciò che hanno fatto di bello e di buono i propri genitori nella vita professionale.

E tua madre?

Una donna molto elegante, laureata in Lettere e Filosofia come mio padre, grande lettrice, amante dei fiori….non si è impegnata nel mondo del lavoro, perché all’epoca non usava… Oggi quasi novantenne, ha appena iniziato una nuova scuola di bridge, sostenendo che quello di cui conosceva le regole era superato dai tempi e guida ancora con disinvoltura. Discendo da persone molto speciali, a cui aggiungerei mia sorella, maggiore di me, con cui ho un rapporto molto stretto. Così com’è quello di mia figlia con i suoi tre figli.

Parliamo della tua vita adulta, professionale e non.

Sono laureata in Medicina e Chirurgia e specializzata in Odontoiatria; ho conseguito un Master in Ortodonzia e Pedodonzia (odontoiatria pediatrica e infantile) all’Università di Ginevra dove ho insegnato e sono stata professore a contratto all’Università di Cagliari, dopo un Master in Luce/Laser Terapia frequentato presso la stessa Università.

Come mai Ginevra?

Ho sposato in prime nozze l’economista e specialista in investimenti Antonio Winspeare Guicciardi. Hallberg-Rassy-49

(NdR: la rivelazione suscita in me, appassionata di storia, in particolare del Sud, un autentico sobbalzo e la tempesto di domande, di cui vi grazio… Su Antonio Winspeare Guicciardi scopro, però, oltre alla sua fama di velista, anche la sua abilità a comporre limerick, brevi componimenti in poesia, tipici della lingua inglese, dalle ferree regole (nonostante le infinite eccezioni), di contenuto nonsense, umoristico o scapigliato, che hanno generalmente il proposito di far ridere o quantomeno sorridere.)

Abbiamo vissuto a Ginevra, poiché mio suocero, l’Ambasciatore Vittorio Winspeare Guicciardi, che fu vicesegretario delle Nazioni Unite, all’epoca dei segretariati di U-Thant e Kurt Waldheim, era direttore generale dell’Ufficio europeo dell’ONU nella città svizzera. Vivendo con i miei suoceri ho conosciuto tante personalità illustri, come Henry Kissinger e molti altri che hanno scritto la storia del mondo fra gli anni ’70 e ’80. A Ginevra ho studiato per la mia specializzazione, in un Paese dove ancora si vedeva esposto nei bar il cartello ‘Vietato l’ingresso ai cani e agli italiani’ e la posizione delle due categorie stava ad indicare l’esatta considerazione in cui esse erano tenute dagli svizzeri. In quegli anni nacque nella città svizzera anche nostra figlia Nìcola, oggi giornalista e DJane negli eventi di grandi stilisti, capace d’intessere straordinari network internazionali.

Mi sa che anche tu, però, abbia questo dono di socializzazione.

Certo, mi riconosco il dono dell’apertura verso gli altri, senza però rinunciare ad una certa attenzione e selettività. Sono, inoltre, attratta dall’innovazione, ma approfondisco accuratamente, pretendendo da me e dagli altri il rigore scientifico.

Cosa sognavi di fare a 16 anni?

Il medico: m’ispiravo in parte al fratello di mia madre, medico a Bassano, grande clinico all’antica, con una visione complessiva del paziente. Mi appassionò all’odontoiatria, però, un’amica fiorentina di mio padre, Cilli Mangel Peirano, odontoiatra di fama con un’equipe di altissimo livello. Nel mio studio mi ispiro a lei, con uno staff internazionale che conta sul mio vice sino-olandese e poi su dentisti di varie nazionalità: russa, israeliana, rumena, francese e spagnola. Mi laureai in Medicina a Padova, con una tesi già proiettata verso il mio futuro, ossia in Ortodonzia, sulla crescita facciale dei bambini: l’armonia dentale è il prodotto di una fisiologia neuro-osteo-muscolare. D’altronde, quando si deve affrontare una prova difficile, non si usa forse dire: “Stringi i denti”? I denti sono molto più di ciò che comunemente pensiamo: sull’apparato dentale si scaricano tensioni emotive, psicologiche, stress, insicurezze, abbandono, solitudine cosicché il trattamento non deve limitarsi alla bocca, ma prenderci cura al paziente a 360°.

Introduci un tema intrigante, Attilia, ovvero che nella cura dei denti non ci si deve fermare alla bocca…

Per ottenere la stabilità della riabilitazione orale bisogna verificare e se possbile riequilibrare ogni organo e in particolare lo schema posturale del paziente (soprattutto nei bambini).

Facci qualche esempio di innovazione nel tuo settore.

Sono stata tra i primi, in Italia, ad applicare in ortodonzia – avendola appresa a Ginevra negli anni ’80 – la cosiddetta ‘Tecnica del filo dritto’, inventata dallo statunitense Lawrence F. Andrews, operante a San Diego, in California. Essa supera le difficoltà cliniche degli apparecchi ortodontici con i fili con le pieghe (6 pieghe per ogni singolo dente) e i disagi (rischiavano spesso di procurare lesioni alle mucose orali). In questo caso, il ruolo dei fili viene svolto dalle informazioni inserite nelle placchette che regolano la correzione, mentre il filo che le unisce è dritto. Ho introdotto in Italia 15 anni fa un’evoluzione dello Straight-Wire (filo dritto): il Damon System. Questa tecnica rende la cura ortodontica (soprattutto degli adulti) più veloce, con massimo comfort per il paziente, un minor numero di visite di controllo e grandi miglioramenti estetici non solo dei denti, ma del sorriso e dell’intero viso. Si risolvono, così, molti casi, normalmente considerati chirurgici, senza chirurgia. Quest’approccio terapeutico allinea i denti e migliora l’estetica facciale, di norma senza necessità di estrazioni. Gli attacchi tradizionali per tenere il filo in sede, infatti, richiedono legature elastiche o metalliche che creano frizione e pressione, rendendo il trattamento più lento e più doloroso. Il Damon System, invece, usa una meccanica di scivolamento che elimina frizioni e legature utilizzando forze più leggere e indolori.

Dopo Ginevra cos’hai fatto?

Dall’81 sono di base a Milano dove ho aperto il mio studio dentistico. Mi sono anche risposata con l’ingegner Marco de’ Guidi. Il lavoro lo porta spesso in Oriente e, accompagnandolo nei suoi viaggi, sono venuta a contatto con la Medicina tradizionale cinese. Non volendo, però, sentirmi paga di ciò che avevo imparata negli anni di studio ed esercizio dell’ortodonzia e odontoiatria, mi sono detta: “Fatti illuminare dai tuoi dubbi”. E luce fu! Da oltre 10 anni mi occupo di luce/laser terapia (non solo in campo dentistico), grazie a un Master in materia e sono stata molto colpita dal fatto che la laser-terapia antidolorifica funzioni al top proprio nei punti che, per intuizione, oltre 4mila anni fa, i cinesi, inventori dell’agopuntura, avevano identificato sul corpo umano per curare le varie patologie. Per guarire bisogna riequilibrare l’energia del nostro corpo. Ho parlato di energia non a caso: siamo delle strutture elettro-magnetiche, che vanno caricate (o scaricate: può capitare di essere ipercarichi) perché essere troppo o poco carichi in un organo è l’equivalente di una patologia

attilia petriniQuali sono le tue nuove sfide?

Il mio campo è sempre “la bocca e il viso”, però, oggi, per me, la cosa più importante è il riequilibrio del mio paziente in toto. Utilizzo un apparecchiatura FISIOSCAN (messa a punto dai sovietici per monitorare lo stato di salute degli astronauti) che, in base alle frequenze (emesse dalle cellule dei singoli organi del corpo del paziente), in modo rapido e non invasivo, diagnostica gli squilibri energetici e, quindi, la tendenza o la presenza di una malattia. Sono principi, questi, già esposti empiricamente dalla MTC (medicina tradizionale cinese) ed oggi avvalorati da apparecchiature affidabili.

Come mai ti sei occupata di medicina quantica?

La terapia è il riequilibrio energetico. Per questo mi occupo di medicina quantica: penso che la scienza non soltanto deve utilizzare prassi consolidate, bensì anche aprirsi a nuove intuizioni che, con i tempi e i modi dovuti, diventeranno a loro volta protocolli affidabili. Faccio parte di un gruppo di studio che sperimenta l’utilizzo terapeutico dei microchip Taopatch e Fisique (brevetto dell’italiano Fabio Fontana). I microchip sono un dispositivo medico in grado di trasmettere biofotoni benefici al corpo umano, migliorando il movimento del corpo e aiutando il recupero della funzionalità articolare; per me sono utili soprattutto per guarire i dolori dell’ ATM (articolazione temporo-mandibolare). Sono approdata ad occuparmi di medicina quantica, giacché è ormai indiscusso che le reazioni chimiche del nostro organismo sono conseguenza del campo elettromagnetico esistente nel nostro corpo. La nuova sfida è, perciò, pervenire a terapie complementari personalizzate, giacché, convinciamocene, noi siamo, innanzitutto e soprattutto, energia.

Annamaria Barbato Ricci

L'Autore

1 commento

  1. La Dottoressa Petrini è una professionista di alto livello, preparatissima sulle metodiche esistenti ed aggionrata su quelle in via di sviluppo, ho sempre avuto un ritorno positivo sia dai suoi pazienti che dai professionisti che collaborano con lei.
    C’è da dire che oltre alla conoscenze ed all’abilità è anche una donna sensibile ai problemi dei pazienti e sempre disponibile all’aiuto.

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