Non preoccuparti di cosa sta per fare qualcun altro.
Il miglior modo per predire il futuro è inventarlo.

Alan Kay

Reti e sinergie per l’azienda del futuro

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Nel contesto globale, la competitività dell’impresa è ingrediente fondamentale per rispondere positivamente alle logiche di mercato. Competitività che si sostanzia in professionalità, innovazione, qualità del prodotto/servizio offerto. Elementi fondamentali per reggere. Anche nel mercato italiano, dove sono la burocrazia e la mancanza di risorse finanziarie ad essere percepiti come principali freni alla competitività. Basti pensare che, secondo il Rapporto annuale Istat 2014, “il costo di avvio di un’impresa in Italia è oltre il 50 per cento superiore a quello richiesto in Germania, più del triplo di quello relativo alla Spagna e alla media Ue”. Un quadro che segna tempi duri per i potenziali imprenditori, ma è proprio nella difficoltà del presente che si compone la sfida verso il futuro.

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Il concetto tradizionale di “impresa” viene superato.

Anni fa, l’ingresso in azienda era necessario per accedere ai sistemi e ai servizi produttivi (macchinari, computer, software…, altrimenti inaccessibili). Oggi non è più così, in particolar modo per il terziario. In un contesto dove i costi per l’avvio aziendale non scendono e in un mercato dove a “pesare” sono sempre più la professionalità e la qualità, è la rete a fare la differenza e a promuovere la “de-materializzazione” dell’impresa. Le opportunità offerte dalla rete, dall’open-source e dal calo dei costi per le tecnologie, facilitano l’affermazione di un nuovo concetto di azienda, intesa quale “sistema di singoli professionisti”, con un titolare/coordinatore commerciale e una serie di collaboratori. La scarsa capacità del sistema produttivo italiano di assorbire la forza lavoro infatti, fa sì che il mercato sia pieno di singole professionalità che si cercano, si trovano e si mettono insieme in un rinnovato “contesto aziendale”, veloce e flessibile, a forma di rete. In cui anche il luogo fisico viene superato.

Una società di consulenza, ad esempio, offre un prodotto che è la risultante del lavoro di ogni singolo collaboratore, a prescindere dal luogo o dall’orario in cui esso è stato svolto. Cadono così le spese legate all’affitto della struttura aziendale e ai conseguenti costi “fissi”; mentre le informazioni e i prodotti – finiti o da portare a successiva lavorazione – passano agilmente dalla rete, con un clic. In più, il nuovo concetto di azienda è “aperto”. Libero tanto in entrata quanto in uscita per le nuove professionalità che, di volta in volta, occorre (im)mettere in rete per la realizzazione di nuovi progetti per la committenza.

Pro e contro

I vantaggi di questo nuovo modello di fare impresa sono diversi. Flessibilità, bassi costi di gestione, accorciamento della filiera, maggiore dinamicità e un’organizzazione più “leggera” rispetto a quella rigida e piramidale dell’azienda tradizionale. Di contro però, questo nuovo modello non sembra avere la giusta forza per investire e capitalizzare know-how.

Quale, allora, possibile scenario per l’impresa del futuro?

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Per rispondere a questa domanda, dobbiamo tenere a mente due questioni:
il processo di decadenza dell’impresa tradizionale, che da anni non riesce più ad investire in ricerca e innovazione; le difficoltà incontrate da chi vuole entrare sul mercato, ma soprattutto restarci.

Da qui lo spunto per pensare ad una possibile evoluzione che possa garantire la permanenza delle aziende sul mercato attraverso bassi costi, competitività ed efficienza assieme al mantenimento e alla crescita del know-how.

A tale proposito prende piede l’idea del co-working che Wikipedia definisce come “uno stile lavorativo che coinvolge la condivisione di un ambiente di lavoro, spesso un ufficio, mantenendo un’attività indipendente”.

Un unico ambiente in cui si sposano la “fisicità” dell’azienda (sul modello di azienda tradizionale) e la pluralità di professionalità (sul modello “rete-azienda”), singole e aggregate. Una sinergia che regala innumerevoli vantaggi: condivisone e crescita di competenze, ripartizione dei costi fissi, networking, ottimizzazione delle risorse e, in particolar modo, la sostenibilità dell’innovazione.
Un ambiente, dunque, dove poter aggregare tutti quegli elementi che, in tempi passati, hanno rappresentato i punti di forza di importanti aziende che hanno fatto grande il marchio del “made in Italy”.

In buona sostanza, un luogo fatto di reti e sinergie per provare ad invertire la tendenza e riportare la competitività sul giusto piano: non del costo del lavoro, bensì della ricerca, dell’originalità e dell’identità della produzione.

Che sia questa, l’azienda del futuro?

 

Erica Antonelli

L'Autore

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