La gente ha sempre dichiarato di voler creare un futuro migliore.
Non è vero. Il futuro è un vuoto che non interessa nessuno.
L'unico motivo per cui la gente vuole essere padrona del futuro
è per cambiare il passato.

Milan Kundera

Cambiamo le abitudini, per non cambiare il clima

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co2 gas serra

Rapporti e protocolli dell’Unione Europea non mancano di ribadire come la lotta al cambiamento climatico rappresenti la sfida da vincere per garantire un futuro al pianeta. Su tale fronte, il monitoraggio delle emissioni di gas serra e l’affermazione di politiche volte al loro contenimento giocano un ruolo fondamentale. L’inventario delle emissioni ci dà i numeri. La recente pubblicazione del documento “Italian Greenhouse Gas Inventory 1990-2012. National Inventory Report 2014”, redatto dall’Ispra, ha tracciato la provenienza delle emissioni nazionali di gas serra. Di cui è il settore energetico ad esserne il massimo produttore (82,6%), seguito da agricoltura (7,4%), processi industriali (6,1%) e rifiuti (3,5%). Se l’obiettivo è quello di ridurre le emissioni in atmosfera, va da sè che il settore su cui intervenire è quello energetico.

Limitare l’utilizzo di fonti fossili (gas, petrolio, carbone) e investire sulle rinnovabili. È qui che l’agricoltura entra in campo. Non solo perché è il secondo comparto ad essere responsabile del cambiamento climatico, ma perché individuata quale settore strategico per contrastare il surriscaldamento globale e perseguire una maggiore indipendenza energetica del sistema paese. Tant’è che la nuova programmazione Feasr 2014/2020 (Fondo Europeo Agricolo per lo sviluppo Rurale) impegnerà le Regioni italiane a “sostenere la transizione verso un’economia a bassa emissione di carbonio” e a “promuovere l’adattamento ai cambiamenti climatici e la prevenzione e gestione del rischio”, specifici obiettivi tematici previsti dal Fondo. Lo sviluppo delle agro-energie è guardato con interesse anche dagli imprenditori agricoli: contro le difficoltà produttive (e di reddito), contro il “caro gasolio” e i costi elettrici, la green-economy può dare una mano.

biomasse legnose

Il problema sarà capire in quale direzione andare e dove investire. Sono molte infatti le declinazioni delle “energie da agricoltura” (biomasse legnose, biogas, biocarburanti…). Accanto a queste, la possibilità di impiegare nel settore primario anche altre fonti rinnovabili (seppur non propriamente “agricole”) quali solare, eolico e idrico; oppure la chimica verde, comparto di recente sviluppo, ma che al momento trova regolamentazione normativa solo negli Stati Uniti. Molto dipenderà dal nuovo Piano di settore per le Bioenergie, un documento di indirizzo per lo sviluppo delle energie da materie prime agricole. Elaborato dal Tavolo di Filiera preposto, il Piano ha già incassato l’ok del Comitato Tecnico di coordinamento in materia di agricoltura e a breve approderà in Conferenza Stato-Regioni. In via generale, la tendenza sembra essere quella di produrre nuova energia da vegetale residuale e da colture energetiche dedicate, in tal caso senza entrare in “concorrenza” con le superfici agricole destinate al food.

Semplificando, significa ottenere energia elettrica o termica dalla combustione diretta delle biomasse o mediante particolari processi (pirolisi o gassificazione). Opportunità non senza punti di debolezza. Le preoccupazioni delle popolazioni locali alla realizzazione di nuovi impianti (soprattutto se di grandi dimensioni) e del loro impatto su ambiente e salute rappresentano una criticità che merita un’attenta riflessione. In più, i costi di impiantistica o di produzione delle colture energetiche, le difficoltà di reperimento delle biomasse solide, o la complessità nel raffinare i biocarburanti legano il futuro delle agro-energie a norme incentivanti.

Nella logica “recupero di materia” e “valorizzazione energetica”, tutti gli scenari sono aperti. Ma ancora una volta saranno gli incentivi statali (che pesano in bolletta) a determinare su quale filiera investire maggiormente. E se negli anni passati, tra le rinnovabili è stato il fotovoltaico a fare il “pieno”, c’è da pensare che le risorse pubbliche si sposteranno su altre fonti e tecnologie, in cui la produzione energetica sia legata a doppia mandata allo smaltimento di reflui e residui agricoli in base al fabbisogno energetico aziendale, ma anche (e soprattutto) allo smaltimento della frazione organica dei rifiuti.  Una nuova frontiera, su cui tanto ci sarà da (approfon)dire.
Erica Antonelli

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